Opera.

Teatro Lirico: la furia, il perdono, il sacrificio. Questa è Norma  

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Sono le sagome nere delle donne della Gallia ad aprire “Norma”, opera di Vincenzo Bellini in scena sino a domenica al Teatro Lirico di Cagliari. Non ci sono querce né fronde, non ci sono roghi né altari, nella regia di Elena Barbalich. I Druidi, sacerdoti e sapienti, incrociano le loro lunghe lance in una sorta di danza di guerra. Sono vestiti di bianco, indossano mantelli che sembrano tessuti di fiori e attendono il momento della riscossa. Gli odiati Romani invasori sono ancora nella loro terra e sprezzano i loro riti e i loro dei, ma Norma ancora non batte tre volte sul bronzo sacrale. Innamorata e tradita dal proconsole Pollione, scatena la sua furia e medita di uccidere i suoi stessi figli. Non per vendetta, come fece Medea per colpire Giasone, ma per sottrarli a un destino di schiavitù e infamia.

Stati d’animo

La furia, il perdono, il sacrificio: Norma attraversa tutti i possibili stati d’animo, in una trama che ha la sua forza nel variare dei sentimenti. Impianto quasi geometrico nel bellissimo allestimento, dominato da un cerchio che è il disco argenteo della luna, e poi anello e poi gabbia. Coni, segmenti di rosso, fasci taglienti, angoli retti su una vicenda di amore, morte e generosità. Sono le magistrali luci di Fabio Barettin a segnare l’evolversi funereo di un intreccio di colpevoli assolti e di vittime salvate. Norma, la voce del dio Irminsul, dice di odiare Pollione, “ma punirlo il cor non sa”. Neppure la luna, la casta diva che brilla invano sul cielo delle Gallie, aiuta questa donna divisa tra onore e passione. Vestita di abiti bicolori, come gli altri protagonisti del dramma, combatte se stessa e infine si immola.

Gli eccelsi costumi di Tommaso Lagattolla fanno indossare agli invasori lucide corazze e pastrani vagamente nazisti e, sotto l’aquila latina, i lugubri labari diventano scudi. Fumo e nebbia nordica sui druidi e sul loro capo Oroveso, padre attonito di Norma. Sembrano disarmati, ma sono pronti a sguainare la spada di Brenno. Guerra, guerra, è il loro canto.

Sommesso, in fondo, perché la battaglia vera e più feroce è nel petto della sacerdotessa che ha offeso il dio Irminsul, axis mundi, con la sua annosa e ardente relazione con lo straniero fellone. Nodo sciolto da un’inaspettata sorellanza con la novizia Adalgisa, innocente sedotta nella quale si rivede e si riconosce. Ha peccato per prima e quanto lei. Dunque la scioglie dai voti, le affida i bambini ignari e dormienti in una sorta di utero scuro come la notte. La visione di Elena Barbalich su quella che il librettista Felice Romani definì “una tragedia lirica” sgombera il palco da qualsiasi elemento naturalistico e sceglie con grande efficacia la sintesi. E si sofferma sullo scontro tra due dimensioni culturali che si fronteggiano, ma anche si fondono “in un gioco di ombre e di riflessi”. Tra i pochi accenni alle usanze dei Celti e al loro radicamento alla natura, le corna di cervo legate alle braccia di Norma. Il resto è il racconto stilizzato e affascinante di un triplice legame infelice, e anche del tardivo ravvedimento di un Pollione che si dà la morte per seguire la sua quasi sposa: ripudiata, umiliata. Gloriosa.

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