Un dispositivo controllato da remoto ispeziona la pancia del Luigino, il peschereccio affondato l’11 febbraio scorso e individuato mercoledì. Dei corpi di Enrico Piras, 63 anni, e Antonio Morlè (53), entrambi di Tortolì, non c’è traccia. Ieri mattina, le attività di ricerca sono riprese con il 4° Nucleo sommozzatori della Guardia costiera di Cagliari coordinati dal capitano di fregata Gianni Dessì. Qualora nei prossimi giorni il personale impegnato non dovesse ritrovare i corpi, si valuterà l’eventuale impiego di altri sistemi. Non è, invece, in programma il recupero del relitto: in virtù della profondità in cui si trova, rischi e costi sono un binomio che suggerisce di lasciarlo a fondo.
Nella sala
Secondo la ricostruzione iniziale del tragico evento, Morlè sarebbe stato all’interno della sala motori (in avaria) del suo peschereccio nel momento in cui lo stesso è stato travolto da due onde altissime. Ecco perché si confida di poterlo ritrovare all’interno dell’imbarcazione, benché dopo quaranta giorni lo scenario potrebbe essere mutato. Il peschereccio è riverso su un fianco, adagiato a 150 metri di profondità e a 100 metri di distanza dal punto in cui si è inabissato, al largo di Santa Maria Navarrese. Fino a ieri sera, i controlli attraverso gli occhi elettronici gestiti dalla nave non è emersa la presenza di alcun corpo. Il Luigino è stato individuato con i sistemi in dotazione alla nave Artabro, offshore supply vessel dell’Emsa battente bandiera spagnola, con a bordo il personale del 4° Nucleo sub della Guardia costiera di Cagliari, impegnato nella ricerca insieme al personale del Circomare di Arbatax coordinato dal tenente di vascello, Mattia Caniglia. Le ricerche sono proseguite per tutta la giornata di ieri, senza tuttavia riuscire a rinvenire i corpi del comandante (Morlè) del Luigino e del suo marinaio (Piras). In occasione della tragedia si era salvato l’altro marinaio, Antonio Lovicario (42), anch’egli di Tortolì.
Comunità sospesa
L’attesa della comunità è carica d’angoscia. Sin dalle ore successive alla tragedia, familiari e amici si sono rassegnati all’idea di non poter più riabbracciare i propri cari. Nessuna illusione, ma un impietoso realismo accompagna la loro sofferenza, per il timore di non poter nemmeno avere una tomba su cui piangere.
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