Washington. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato, dopo diversi tentativi e una lunga fase di negoziati interni, una risoluzione che chiede il ritiro delle truppe americane impegnate nel contesto delle operazioni legate alla crisi con l’Iran. Il provvedimento ha un valore prevalentemente simbolico e non vincolante, poiché dovrà comunque passare al Senato e potrà essere bloccato da un eventuale veto presidenziale. Tuttavia il voto rappresenta un segnale politico rilevante delle crescenti tensioni tra Congresso e Casa Bianca sulla gestione dei poteri di guerra e sulla linea da seguire nei confronti di Teheran.
La risoluzione è stata approvata grazie ai voti dei democratici e al sostegno di quattro deputati repubblicani, indicati da Donald Trump come “ribelli”. Tra questi figura Thomas Massie, deputato del Kentucky e critico storico del presidente, recentemente sconfitto alle primarie da un candidato sostenuto dallo stesso Trump. Con lui hanno votato Tom Barrett (Michigan), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania) e Warren Davidson (Ohio), tutti con rapporti complessi con l’amministrazione. Il loro appoggio è stato decisivo per l’esito del voto e ha provocato una dura reazione del presidente.
Trump, attraverso il suo social Truth, ha definito il voto “antipatriottico”, accusando i parlamentari di aver limitato i suoi poteri di guerra nel pieno delle trattative con l’Iran. Il presidente ha inoltre attaccato lo speaker della Camera Mike Johnson, criticandolo per non essere riuscito questa volta a bloccare l’iniziativa parlamentare, dopo che in precedenza aveva già interrotto i lavori d’aula per ostacolare un voto analogo.
Il provvedimento si inserisce in un quadro di crescente frizione istituzionale, con segnali bipartisan nel Congresso contro l’escalation militare. Anche al Senato, in precedenti votazioni, alcuni repubblicani si erano uniti ai democratici nel sostenere iniziative simili di contenimento dell’azione militare americana in Medio Oriente.
Sul fronte diplomatico, la Casa Bianca sostiene che i negoziati con l’Iran stiano procedendo e possano giungere a una conclusione rapida, mentre Trump parla di colloqui “molto vicini” a un’intesa. Parallelamente restano forti le tensioni regionali, con effetti sui mercati energetici globali e sui prezzi del petrolio, anche a causa delle criticità nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio mondiale dell’energia.
Il leader iraniano accusa Stati Uniti e Israele di aver subito una “sconfitta” e denuncia presunte strategie occidentali volte a indebolire il Paese attraverso la diffusione di divisioni interne e instabilità politica.
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