Il caso

Stalking sulla collega: Bruzzone indagata 

Ma la criminologa respinge le accuse: «La perseguitata sono io» 

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Prima anni di querele e controquerele sullo sfondo del caso di Valentina Pitzalis, la donna di Carbonia rimasta sfigurata dal fuoco nel corso di un tentativo di femminicidio da parte del marito, Manuel Piredda. Ora un’inchiesta chiusa dalla Procura di Cagliari, anche se trasferita per competenza a Roma, che vede la criminologa Roberta Bruzzone indagata per atti persecutori, assieme ad altre quattro persone, nei confronti della collega cagliaritana Elisabetta Sionis, pedagogista, consulente in diversi casi di omicidio e oggi giudice del tribunale dei minori di Cagliari, e di sua figlia non ancora diciottenne.

«Respingo totalmente le accuse», ha replicato ieri sui social la criminologa savonese, «la persona cui attualmente si fa riferimento è indagata dalla procura di Roma per atti persecutori, falsa testimonianza, calunnia, diffamazione aggravata e reiterata in concorso proprio ai miei danni».

La vicenda

L’inchiesta per atti persecutori nei confronti di Elisabetta Sionis, 59 anni, e della figlia è stata chiusa a Cagliari dal pm Gilberto Ganassi, ma già trasferita a Roma perché – come ha sancito la Corte d’appello – i magistrati del capoluogo sardo non possono trattare, indagare né celebrare processi che vedano imputati o parti offese i togati o gli onorari in servizio nell’Isola. E la criminologa sarda, da qualche tempo, è tornata a fare la giudice onoraria al Tribunale dei Minori di Cagliari.

A Roma, dunque, il pm Ganassi ha trasmesso non solo il faldone del fascicolo sui presunti atti persecutori nei confronti di Sionis, ma anche una raffica di procedimenti incrociati per diffamazione che, nel corso degli anni, sono stati depositati in Procura. Oltre a Roberta Bruzzone risultano così indagati per atti persecutori anche Monica Demma, Marzia Mosca e Giovanni Langella, collaboratori della criminologa ligure.

Il fascicolo

Per la Procura, la presunta campagna di persecuzione nei confronti di Sionis e della figlia andrebbe avanti da tre anni, con allusioni sessuali, «fotomontaggi del viso della persona offesa» e «frasi avente carattere minaccioso e vessatorio». Il sospetto è che siano state usate delle chat di gruppo per organizzare attacchi pubblici nei confronti della pedagogista sarda, difesa dagli avvocati Aldo Luchi e Stefano Marcialis. Stando all’ipotesi degli investigatori, nelle loro chat, i tre indagati ritenuti vicini alla Bruzzone avrebbero pesantemente denigrato la Sionis. Concetti poi trasferiti in attacchi sui social. Già in passato c’erano stati alcuni procedimenti intentati dalla criminologa ligure, alcuni dei quali archiviati.

L’origine della disputa

Il mese scorso, i giudici della Corte d'appello di Cagliari, avevano annullato una condanna a 2 anni di reclusione contro Lucio Carmelo Lipari, 50 anni di Savona, accusato di atti persecutori nei confronti di Sionis e della figlioletta. I giudici di secondo grado avevano sancito che la Procura non poteva occuparsi dei fascicoli nei quali compare la criminologa sarda, facendo così scattare a cascata l’intero trasferimento di tutti i procedimenti ancora pendenti in Sardegna.

L’indagine sul rogo

All’origine, come detto, ci sarebbe un’altra vicenda giudiziaria sul tentato femminicidio di Valentina Pitzalis, da parte di Manuel Piredda, morto il 17 aprile 2011 nell’incendio dell’abitazione di Bacu Abis. In quel rogo la ragazza rimase sfigurata e con ustioni in diverse parti del corpo, ma venne poi indagata per omicidio anni dopo a seguito di un esposto della famiglia del marito (che aveva come consulente criminologa la Sionis). Sia l’indagine originaria del pm Paolo De Angelis, che la seconda del collega Gilberto Ganassi con perizie e incidenti probatori, confermarono la ricostruzione del tentato femminicidio, ma la contrapposizione di diverse ipotesi è sfociata in una spirale di querele e controquerele che dura tutt’ora.

«L’indagine nei miei confronti è un atto dovuto, non certo una sentenza», ha commentato ieri Roberta Bruzzone, sentita al telefono. «Chi fa questo mestiere sa perfettamente che la chiusura delle indagini preliminari non equivale minimamente a un accertamento di responsabilità».

Come l’ha presa?

«Dal punto di vista psicologico e professionale, la leggo come l’ennesimo tentativo di ribaltamento del ruolo vittima–autore, dinamica estremamente tipica nei contesti persecutori strutturati.Non mi sorprende. Mi conferma, semmai, che quando si toccano interessi sensibili, la reazione è spesso di tipo difensivo-aggressivo».

Come è nata la vicenda?

«Nasce da un presupposto molto chiaro: una serie di condotte reiterate, intrusive e diffamatorie che ho ritenuto – e continuo a ritenere – pienamente riconducibili a un quadro di atti persecutori. Ho attivato le sedi competenti. Non solo: ho documentato ogni singolo passaggio, perché a differenza di chi costruisce narrazioni, io lavoro su elementi verificabili. Ad oggi siamo in una fase in cui le diverse posizioni stanno emergendo in modo sempre più netto, e sono assolutamente serena rispetto a quello che verrà accertato nelle sedi opportune».

Cosa farà ora?

«Le mosse difensive sono già tracciate e seguiranno una linea molto chiara: produzione documentale integrale, ricostruzione cronologica puntuale delle condotte, analisi tecnico-peritale delle dinamiche comunicative e persecutorie, valorizzazione del pattern reiterato di attacco nei miei confronti. In altre parole: non mi limiterò a difendermi. Dimostrerò».

Conosce chi sta perseguitando sui social la dottoressa Sionis?

«Questa è una delle parti più deboli dell’impianto accusatorio. Attribuire a me la responsabilità di condotte poste in essere da terzi, peraltro in contesti digitali complessi, è un’operazione che richiede evidenze solide, non suggestioni. Io non coordino, non dirigo, non organizzo alcuna attività persecutoria. E soprattutto: non ho bisogno di farlo. Il tentativo che vedo è quello di costruire un nesso causale privo di fondamento tecnico e giuridico, e questo emergerà con estrema chiarezza».

Ora tutto è a Roma

«Dal punto di vista tecnico, la questione della competenza territoriale non è affatto secondaria. Chi ha dimestichezza con il diritto sa che spostamenti di questo tipo possono essere sintomatici di criticità nella gestione originaria del procedimento.Non entro nel merito delle scelte della Procura, ma posso dire che alcune anomalie erano già evidenti da tempo».

Pensa di aver fatto errori?

«L’unico “errore”, se così vogliamo chiamarlo, è stato quello di pensare che
il confronto potesse rimanere su un piano tecnico e professionale. Quando invece ci si trova di fronte a dinamiche che escono da quel perimetro, è necessario cambiare approccio. Per il resto, rivendico ogni scelta fatta: ho agito per tutelare la mia persona, la mia reputazione e il mio lavoro».

Dunque, si sente pure lei una vittima?

«Non è una percezione. È una condizione che ho documentato. Quando una persona è esposta a attacchi reiterati, campagne diffamatorie, tentativi sistematici di delegittimazione, non siamo più nel campo del dissenso. Siamo nel campo delle condotte persecutorie. E sì, in questa vicenda io sono la persona offesa. Con una differenza sostanziale: io non mi limito a dirlo. Lo dimostro».

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