Per una domenica, la Grande Mela parlerà spagnolo di fronte al presidente Trump per la finalissima Spagna-Argentina. Più che New York sarà “Nueva Yol”, come nella hit da oltre un miliardo di ascolti di Bad Bunny che in queste sere risuona a San Siro, come nel post di Lamine Yamal che dopo la semifinale ha potuto nominare, finalmente, la meta del suo Mondiale.
A conclusione della Coppa del Mondo più controversa di sempre tra visti negati, prezzi folli e ingerenze, al MetLife Stadium andrà in scena una finale inedita, la seconda tutta ispanofona della storia dopo la prima in assoluto, tra Uruguay e Argentina, del 1930. Arbitra lo sloveno Slavko Vincic, si parte alle 21 italiane.
I detentori
L’Albiceleste campione in carica è ancora lì, al suo terzo atto conclusivo nelle ultime 4 edizioni, in una sfida che mette di fronte le due squadre più vincenti degli ultimi anni: bicampioni d’America e campioni mondiali uscenti i “pibes” del ct Lionel Scaloni, campioni d’Europa nel 2024 i ragazzi della Roja. Scaloni ha tre giocatori per una maglia (De Paul, Lo Celso e Simeone) e un piccolo vantaggio rispetto ai rivali: la Spagna ieri ha dovuto cancellare la rifinitura per un temporale, mentre l’Argentina l’ha solo dovuta sospendere 45 minuti.
Dei vari interpreti che sono saliti di livello nei momenti decisivi del torneo, condividendo di volta in volta il peso della rincorsa alla “cuarta estrella” col loro idolo e capitano Messi (alla sua ultima recita al Mondiale), ci sono Mac Allister ed Enzo Fernández, Romero di testa, Julian Álvarez con classe, Lautaro Martínez con le scelte e i posizionamenti giusti quando doveva farsi trovare pronto. Un’Albiceleste operaia, che spesso ha dovuto rimontare ma che negli ultimi minuti ha sempre trovato il varco giusto per colpire.
La Roja
Nella Spagna, la stella è Yamal (finora un solo gol, contro l’Arabia Saudita nel girone) ma è tutto l’insieme che ha esaltato la squadra iberica. Da un Rodri magistrale che – come rimarca l’ex ct Del Bosque, campione nel 2010, sulle colonne del País – «padroneggia tutti gli aspetti del gioco» e dirige l’orchestra che gli ha affidato De la Fuente, del lavoro costante di sponde e movimenti davanti di Dani Olmo e di un Oyarzabal freddo anche davanti alla porta.
Poi c’è una difesa ermetica che ha tenuto a secco persino la Francia: ha subito un solo gol la Spagna, dal belga De Ketelaere ai quarti. Non ha dubbi di formazione De la Fuente: «Giocare questa finale è un lusso, firmerei ogni anno per arrivarci e perderla», ha detto senza farsi prendere dall’ansia. «Dobbiamo sfruttare la nostra tranquillità, sarà uno spettacolo grandioso tra due ottime squadre con tanti punti in comune». E ha rassicurato sulle condizioni di Yamal, che aveva saltato l’allenamento di giovedì: «Sta bene, è in perfetta forma fisica».
Lo spettacolo
Ci sarà, anche a consegnare la coppa ai campioni, Donald Trump: era stato assente per l’intero torneo, un mese fa ricevette una valanga di fischi al Madison Square Garden quando si presentò in gara-3 delle finali Nba. E pure l’amico Gianni Infantino, nelle ultime uscite, non ha ricevuto un trattamento diverso, specialmente dopo il caso Balogun. Vicino a loro, in tribuna d’onore, siederanno il re spagnolo Felipe VI e il premier Pedro Sánchez, non proprio nelle grazie della Casa Bianca. Resterà a casa a Buenos Aires, invece, il presidente Javier Milei: motivi scaramantici.
Per la prima volta (accolto in modo tutt’altro che entusiasta dagli amanti del pallone in giro per il mondo) il football che negli Usa è soccer pagherà dazio al football americano, con un Halftime Show che vedrà cantare Madonna, Shakira, Justin Bieber e i BTS. Lo spettacolo promette di essere frenetico: la Fifa, dopo che si era sparsa la voce di una durata di mezz’ora, si è affrettata a dire che sarà “solo” di 17 minuti, un minimo allungamento dell’intervallo. Anche perché lo show, quello vero, dovranno farlo le due squadre in campo.
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