Sino al 31 luglio Barumini si fa teatro del mondo per la seconda edizione del “Barumini music & heritage festival”. La straordinaria scenografia della reggia nuragica diventa palco, domani alle 21, per Gabriele Lavia, una delle figure più importanti del teatro italiano di questi ultimi sessant’anni attraversati come attore, regista e sceneggiatore. Al pianoforte Otello Visconti lo accompagnerà per “Lo Shakespeare di Verdi”, un connubio tra i più solidi nella storia della lirica.
Maestro Lavia, più di sessant’anni sui palcoscenici. Cosa ha cercato in tutto questo tempo?
«Cercavo di essere bravo, ma non ci sono riuscito mai. Era l'unica cosa che cercassi. Mi ci fa pensare lei per la prima volta. Non che fosse la felicità me ne sono accorto subito; anzi, era l'infelicità, però quell'infelicità di cui non puoi fare a meno. Il teatro è una cosa molto complicata, per questo non ha nessuna importanza. Ha importanza nella storia, ma non ne ha nessuna nell'esistenza degli uomini».
Il palco le ha dato qualche forma di libertà?
«Il palcoscenico non è libertà, è una libera costrizione. Niente è più rigoroso del palcoscenico: io a quella battuta devo trovarmi esattamente in quel posto perché lì ho un mio compagno di scena che mi deve toccare la spalla. Poi, quando vado in quel punto c'è un proiettore che si illumina. È libertà, ma non arbitrio».
Neppure nel dialogo con il pubblico?
«Il lavoro che faccio è mettere in scena testi del passato, poiché è molto difficile se non impossibile trovare autori che colgano il sentimento storico della nostra epoca, perché la forma espressiva predominante è stata il cinema e il cinema è morto ormai da anni. Questa è la ragione per cui ci sono tanti festival: appena qualcosa muore, si tira su un festival su quel qualcosa».
Quindi non va più al cinema?
«Quando ero giovane ci andavo anche due volte al giorno, adesso non ci penso. Adoravo i western, ma oggi non c'è nemmeno un attore americano in grado di reggere il cinturone».
Verdi attraverso Shakespeare si faceva interprete del suo tempo, dunque?
«Non ho una cultura lirica tale da poterlo dire. Diciamo però che Verdi era impegnato politicamente così come lo era il pubblico: non sopportava lo straniero invasore, e quindi c'era un'istanza molto violenta, profonda. Oggi la situazione è cambiata, non so chi potrebbe avere lo stesso sentimento. Forse in Ucraina potrebbero scrivere qualcosa in grado di alludere a una situazione per loro ormai insoffribile. Noi ammiriamo l’Edipo Re, ma come facciamo a dire quello che provava il pubblico di Atene quando, alla fine dell'opera più importante dell'umanità, il coro si girava verso il pubblico, toglieva la maschera e gridava: “Gente dell’antica Tebe, ecco Edipo!”. Il pubblico in un momento veniva trasformato in tebano. La potenza di un classico».
Reciterà Shakespeare a “Su Nuraxi” di Barumini. 3500 anni di storia, patrimonio dell’umanità Unesco dal 1997.
«Mi lascerò sorprendere. Da giovane in Sardegna venivo più spesso, ho fatto un’indimenticabile vacanza con le mie due figlie. Ma arrivare in Sardegna vuol dire avere due giorni, e con il teatro è più complicato. Ma forse Dio nella sua lungimiranza ha voluto che fosse così, è questo il suo bello: confinata, grandemente isolata».
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