L’uomo che sbuca da sottoterra con l’elmetto in testa ha lo sguardo rassegnato e la fronte sudaticcia: «Quando ci sono le urgenze non c’è meteo che conti», dice venti minuti prima delle quindici. Quando se i gradi non sono quaranta poco ci manca, e l’umidità appiccica i vestiti e pure i pensieri.
Inizia da via Po, il tour tra i forzati del caldo, con la colonnina destinata a salire ancora in questa terza ondata d’aria rovente e otto gradi sopra la media che mettono a dura prova la resistenza degli indomiti lavoratori che s’appellano al santo maestrale, bevono tanto e lo dicono con assoluta convinzione, che questa non è estate ma una tortura.
Resistenza e idratazione
È una questione di adattamento, sicuramente anche di resistenza. «È dura, durissima, ma alla fine lavorare bisogna lavorare, la corrente è un bene primario e quando c’è un disservizio non ti puoi certo permettere di rimandare per troppo caldo», spiega Gianluca Caredda, che ha 24 anni ed è l’uomo con l’elmetto intento a lavorare come operaio per la multinazionale spagnola impegnata con l’Enel nel cantiere ai piani bassissimi, vicino all’ex mattatoio. Il segreto per resistere dice che è bere tanto e ogni tanto concedersi un pochino d’ombra, così, col collega accaldato come lui, fa la spola tra il cratere e il ponte. Con i pantaloni giallo fluo e la maglia ignifuga che fanno pure più caldo e l’effetto sauna è garantito: «Diciamo che se ci sono 38 gradi per tutti, io ne sento almeno 42, 44». Ma caldo o non caldo il dovere chiama, e così torna sottoterra con la sua rassegnazione.
Il benzinaio filosofo
La vera sorpresa è forse riuscire a trovare un benzinaio in un mondo di distributori automatici, e quello che gestisce la stazione Eni alla fine di via Santa Gilla è accaldato e anche un po’ filosofo. «Beh, caldo c’è caldo, ma non è che se ci lamentiamo diminuisce». E in effetti il ragionamento di Fabio Floris, 53 anni, gestore, non fa una piega. Mentre serve due clienti si gode la brezza, che «non è fresca ma meglio di niente», e tra un rifornimento e l’altro ha la fortuna di godere dell’aria condizionata nell’ufficetto di poche pretese. Tregua di pochi istanti, visto il traffico, ma garantisce che è meglio stare al caldo e lavorare, perché alla fine ci si abitua, pure all’aria rovente che più che stare all’aperto sembra di essere dentro un forno ventilato. E poi si finisce per discutere dei venti: c’è chi parla di levante, e chi di scirocco. Ma tutti s’appellano al santo maestrale che con il dovuto - e devoto - rispetto, e al netto di ogni blasfemia, potrebbe dare un po’ di pace agli accaldati lavoratori.
Effetto piastra
Prossima fermata: Poetto, direbbe l’altoparlante della metro che un giorno - speriamo non troppo lontano - passerà in viale Diaz, dove il cantiere è deserto e il caldo sembra crescere se possibile pure di più. Così, attorno alle 15, basta semplicemente avvicinarsi oltre il dovuto ai caddozzoni del Poetto per rendersi conto che al peggio non c’è mai fine. «Caldo? Di più. Con le piastre accese non ti dico cosa significa stare qui dietro»: ma Claudia Colombu, dipendente di Da Paola e Brunello, prende il lavoro seriamente e porta avanti la missione di dare da mangiare agli affamati. «Secondo me arriviamo ai 50 gradi con le piastre, ma lavorare bisogna lavorare, quindi si va avanti con il ventilatore, che comunque muove aria calda, e tanta forza di volontà».
La stessa che anima gli instancabili rider che attendono all’ombra della statua di Carlo Felice, e sfidano l’afa, l’aria bollente e le paghe non proprio gratificanti da giustificare il sacrificio a favore della collettività che attende al fresco. Perché il caldo è oggettivo, ma non è che sia esattamente democratico.
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