Nel day after dei meloniani, Lega e FI restano sul banco degli imputati. Accusati di aver disatteso gli impegni - presi in parallelo a una serie di nomine, da Fs a Consob passando per Antitrust - quando avrebbero potuto lasciare libertà di coscienza ai deputati e così l’incidente avrebbe avuto un impatto meno esplosivo. Dentro FdI si parla apertamente di «due vicepremier dimezzati che non controllano i partiti». Nella maggioranza si stimano fino a 40-50 franchi tiratori e I primi sospetti si concentrano sugli azzurri vicini a Marina Berlusconi. Ricorre il nome di Marta Fascina: «Non voglio commentare, è inutile», dice l’ultima compagna di Silvio Berlusconi. «Gli amici di FdI guardassero al loro interno - dice un parlamentare di FI a patto di restare anonimo - molti di noi hanno messaggi di deputati del loro gruppo che non avrebbero mai votato le preferenze». Ma la stessa premier pare guardi in casa Lega cercando i responsabili della figuraccia. Nei tabulati si cerchiano di rosso tre nomi: il ministro Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario Federico Freni e la viceministra Vannia Gava.
Intanto Roberto Vannacci passa all’attacco di maggioranza e opposizioni, senza chiudere però le porte ad un accordo col centrodestra. Dal palco di Civitanova Marche dedica buona parte del suo comizio a chi ha tradito Meloni, i «badogliani del centrodestra» che «hanno sparato alle spalle del proprio schieramento, con le munizioni fornite dal Pd» e dal Campo largo che lui chiama «Camposanto».
Poi la sfida a Meloni sulla legge elettorale: «Tiri fuori gli attributi e faccia approvare il nostro emendamento con le preferenze senza il capolista bloccato». E poco dopo ecco l’apertura dei meloniani sulla proposta di Edoardo Ziello. E ora «chi è la stampella della sinistra?», chiede sarcastica la vannacciana Laura Ravetto a Lega e Forza Italia.
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