La lectio.

“Plissé semper plissé” nello sguardo di Max Solinas 

Nuovo appuntamento per i “Dialoghi” curati da Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino 

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Si è introdotto nelle sale del museo di prima mattina per riemergere in serata. Lo sguardo ha bisogno di tempo per cogliere le infinite possibilità prospettiche suggerite da una mostra, tanto più se gli occhi sono quelli di Max Solinas, abituati a non trascurare niente. Quando ha lasciato i Musei Nazionali di Cagliari, dove è ospitata la collezione di abiti e costumi di scena “Plissé semper plissé”, il photo editor de L’Unione Sarda aveva in macchina ottanta foto. Un nutrito corpus di immagini che, domani alle 17 a Cagliari, nell’Ex Regio Museo, sarà al centro della lectio di Solinas per l’appuntamento settimanale dei “Dialoghi di archeologia, architettura, arte e paesaggio” organizzati dai Musei nazionali e curati da Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino. La raccolta offrirà l’occasione per dimostrare come gli scatti, oltre a documentare un allestimento, possano a loro volta diventare racconto e suggestione.

Il percorso espositivo dedicato al plissé, antica tecnica di ripiegare con regolarità i tessuti, inaugurato lo scorso dicembre e aperto fino al 7 aprile, è una preziosa selezione di abiti di alta moda, costumi teatrali e cinematografici. Dai modelli scultorei della Fondazione Roberto Capucci, ai prestiti della Modateca Deanna e degli Archivi di ricerca Mazzini, ai raffinati capi della Fondazione Tirelli. Circa sessanta opere di stoffa che, insieme con i reperti archeologici, i retabli, e i vari manufatti, celebrano la forza visionaria della creatività umana.

Come si può restituire, attraverso le immagini, la complessità visiva e simbolica degli abiti e degli allestimenti? Da questa domanda ha preso forma il lavoro del fotoreporter cagliaritano, che in trent’anni di carriera ha documentato la cronaca e la cultura dell’isola.

«La piega, elemento centrale del progetto espositivo» spiega Solinas, «smette di essere semplice artificio tecnico, per diventare forma di pensiero, dispositivo simbolico capace di leggere e rileggere la storia della Sardegna dentro una più ampia trama mediterranea».

Cogliere, attraverso uno scatto, la fitta rete di rimandi storici e culturali implicati nella mostra non è semplice: esige un occhio attento e colto. « Gli abiti non sono isolati, ma inseriti in una narrazione visiva che alterna pieni e vuoti, colori accesi e toni sobri. Le teche con i manufatti dialogano con le creazioni d’alta moda; i ricami, le applicazioni, le balze trovano eco nei motivi decorativi delle ceramiche e nei dettagli scultorei».

L’obiettivo del fotografo è andato oltre l’esigenza documentaria. Lo sguardo si è fatto critico: «Non mi sono limitato a registrare, ma ho interpretato. Ho scelto angolazioni che sottolineano la tridimensionalità delle pieghe, ho accostato epoche diverse nello stesso campo visivo, suggerito continuità dove la storia ha segnato fratture». In questo modo, chiosa Solinas, «il corpus fotografico, come in una partitura visiva, non è soltanto memoria dell’esposizione, ma ulteriore capitolo della sua riflessione».

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