Adesso l’obiettivo è andare a fondo e indagare con metodo scientifico (se possibile con uno scavo stratigrafico) i due nuraghi scoperti a Sant’Elia dagli archeologi Giovanni Ugas e Raimondo Zucca, insieme ai colleghi Nicola Sanna e Carla Deplano. «Che ci sia stato un insediamento di nuragici a Cagliari, ca va sans dire », dice Maria Antonietta Mongiu, nota archeologa e componente del cda dei musei Nazionali di Cagliari.
La storia
Classicista, con uno sguardo meno etnocentrico e più storico rispetto ad altri esperti, spiega che «non v’è dubbio che nelle alture della città, in alcuni punti, fossero presenti. Già molti anni fa, nel piano regolatore di Quartu, con le carte, evidenziammo la presenza dei nuraghi lungo la costa e la retrocosta. Il Golfo di Cagliari fu da sempre un’accogliente porta d’ingresso e Sant’Elia uno snodo fondamentale». Dunque nessuno stupore rispetto alla presenza di una civiltà nuragica (anche) in città. Cosa nota, quindi. E fin qui quasi tutta la comunità scientifica è concorde. Ma per dire se si tratti o meno di nuraghi, serve un’analisi storico-scientifica.
Prudenza
In una città come Cagliari, che si è costruita sopra se stessa, lo sguardo rivolto a Sant’Elia dai professori Ugas e Zucca accende il dibattito. «Premesso che bisogna andare a vedere e fare degli studi approfonditi, Ugas e Zucca sono grandi studiosi della Sardegna antica», spiega il professor Riccardo Ciccilloni, archeologo e docente di Preistoria e Protostoria all’università di Cagliari. «Ci sono, comunque, diversi indizi che possono confermare che possa quelli di Sant’Elia possano essere nuraghi: la Grotta del Bagno Penale a Sant’Elia, dove furono trovate ceramiche nuragiche, per esempio. Dunque», spiega ancora il docente, «se quelli fossero dei nuraghi, la loro presenza rientrerebbe all’interno di un contesto già noto. Visti così, in maniera superficiale», che suona quasi come un delitto per uno studioso di archeologia, «ci sono alcune cose fanno pensare che si possa trattare effettivamente di nuraghi, altre invece meno. Ma, come detto, servirebbe uno studio approfondito per dire se si tratta dell’una o dell’altra cosa», ribadisce il docente. Che aggiunge: «Nell’area di Cagliari è nota la presenza di strutture nuragiche, a est il Nuraghe Diana, a ovest Cuccuru Ibba, a Santa Gilla, quindi il complesso nuragico Antigori, a Sarroch. Verosimilmente erano presenti anche a Cagliari, poi con l’urbanizzazione sono andati perduti. Adesso sarebbe opportuno indagare su questi due», aggiunge.
Gli studi
Zucca e Ugas hanno identificato a un nuraghe monotorre, rifasciato, costruito a filari di massi in calcare, alto circa sette metri, edificato intorno al XIV-XIII secolo avanti Cristo, riutilizzato nel secolo scorso come osservatorio dai militari, e un edificio, alto non più 4 metri e mezzo (un protonuraghe) realizzato con grandi massi in calcare disposti “a nido d’ape”. «Una scoperta che apre una pagina nuova e fornisce stimoli e spunti di ricerca».
La palla passa adesso alla Soprintendenza: «La comunità scientifica conosce da tempo il colle di Sant'Elia in tutte le sue epoche e negli ultimi anni è in corso una concessione di scavi da parte dell’università di Cagliari», spiegano. E ancora: «Questa Soprintendenza farà a breve ulteriori verifiche», aggiungono.
Chi invece non ha dubbi sulla genuinità della “scoperta” è Roberto Copparoni, presidente dell’associazione Amici di Sardegna, l’unico ente di volontariato iscritto all’anagrafe nazionale degli enti di ricerca del Ministero dei Beni culturali. «Da anni segnaliamo che il primo nucleo abitativo a Cagliari è fondato dai nuragici e non dai fenici. Sul colle di Sant’Elia, ci sono testimonianze della civiltà neolitica fino a quella nuragica. Sostenere che si tratti di nuraghi non sarebbe la scoperta dell’acqua calda».
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