Via Ghibli.

«Nel dolore ho sperato in una morte romantica, purtroppo non era così» 

In aula il primo figlio della coppia uccisa: «Papà non voleva più pagare mio fratello» 

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«Nel dolore ho sperato sino all’ultimo che fosse una morte romantica, magari con mia madre che aveva avuto un infarto e mio padre che non aveva retto. Ma così non è stato». Parla con voce ferma Davide Gulisano, senza mai guardare il fratello minore, Claudio, seduto nel banco degli imputati e accusato di aver ucciso i genitori, Luigi Gulisano e Marisa Dessì, trovati senza vita nell’appartamento di va via Ghibli, a Cagliari, il 5 dicembre 2024. «Mio fratello si era indebitato», racconta ai giudici il 47enne, costituito parte civile al processo, «mio padre gli aveva regalato un supermercato che è fallito dopo poco. Io mi sono diplomato e sono andato a lavorare, lui non è mai riuscito a tenersi nulla».

Non si guardano

Davanti alla Corte presieduta dal giudice Giovanni Massidda (a latere Roberto Cau), Davide Gulisano racconta che i primi sospetti che qualcosa non fosse andata come aveva raccontato il fratello ha iniziato ad averli qualche giorno dopo, in auto, quando Claudio gli ha accennato di un bonifico da 15mila euro che gli era stato fatto il loro padre. «Io capisco quando mio fratello mente o non vuole dire la verità», ha tagliato corto, senza che mai il suo sguardo incrociasse quello dell’imputato, «io sono diretto e lui gira attorno alle cose, non risponde, e quando mi disse di quei soldi gli ho subito detto di andarlo a dire ai carabinieri». Rispondendo alle domande della pm Rossana Allieri, il maggiore dei figli degli anziani coniugi uccisi ha parlato di tutto: dai debiti accumulati dal fratello per il fallimento del market ed una email inviata ad un notaio dal padre per cambiare il testamento, ma spedita da un l’account comunque gestito da Claudio. «Lui non ha mai realizzato nulla», ha scandito, senza che mai lo sguardo dei due fratelli si incrociasse, «Dopo gli studi sono andato a lavorare, mio fratello andava sempre seguito. Non ha mai mostrato alcun carattere, voglia di fare. I miei genitori erano apprensivi e protettivi. Dovevano sempre seguirlo. Mio padre guadagnava bene come rappresentante della Montenegro, l’aveva fatto entrare a lavorare con lui, ma ha perso pure quello. Faceva le commissioni e piccole manutenzioni per i miei genitori, ma veniva pagato 400 euro, più altri 400 per coprire i debiti del market. Alla fine, prima del fatto, mio padre mi disse che non glieli avrebbe più dati perché non stava nemmeno più andando a pulire».

La ricostruzione

L’imputato, difeso dall’avvocato Luigi Sanna, è rimasto in silenzio ad ascoltare. Il fratello Davide, costituito parte civile con il legale Gianluca Aste, ha poi raccontato dei beni posseduti dai genitori: la casa di via Ghibli, tre appartamenti affittati a Quartu e uno a Sestu, una casa di campagna a Maracalagonis e quella al mare a Solanas. «Claudio provvedeva a tutte le necessità dei nostri genitori», ha ammesso Davde, «ma sempre facendosi pagare. A me dei soldi non interessava nulla. Anzi mi arrabbiavo quando parlavano di testamento ed eredità: gli dicevo di vendersi tutto e viaggiare. A me bastava che loro ci fossero e che stessero bene». Si torna in aula il 15 aprile: ci saranno i Ris.

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