Una pietra d’inciampo posata in ricordo di Mario Giovanni Pani, giovane cagliaritano morto nei campi nazisti nel 1945 a ventidue anni. La cerimonia ieri davanti al civico 112 di viale Sant’Avendrace, dove un tempo sorgeva la casa del ragazzo.
Prima però c’è stata la commemorazione nell’aula magna del liceo classico Siotto, insieme a studenti, docenti, amministratori e rappresentanti delle associazioni antifasciste.
Un momento di riflessione collettiva, come spiegato da Laura Stochino, consigliera comunale e docente dell’istituto: «Il gesto non è simbolico, serve ad uscire da una lettura liturgica della memoria. Vorremmo che non fosse solo un rituale ma un’esperienza capace di restituire il senso storico di ciò che è accaduto. Il passato ci aiuta a leggere il presente».
Il ricordo di Pani è emerso anche attraverso il lavoro di ricerca portato avanti negli anni. «Se non ci fosse stata la famiglia che ha cercato la verità oggi non saremmo qui», ha sottolineato Lidia Roversi dell’Anpi. Walter Falgio (Issasco), ricercatore in storia moderna, ha analizzato il contesto: «Circa 800mila italiani furono deportati, molti come internati militari utilizzati come forza lavoro. Mario Pani era uno di loro. Morì a ventidue anni al gelo e in condizioni terribili, nelle stesso campo dove poco prima morirono Anna Frank e Margot».
Il momento più intenso è stato la testimonianza di Daniela Pani, nipote del deportato, che ha raccontato il lungo percorso di ricerca. «Per anni Mario è rimasto una figura sospesa, uno dei tanti dispersi della guerra. Io lo immaginavo vivo, con una nuova famiglia e senza memoria del passato», ha raccontato. «Mio padre però voleva sapere la verità su suo fratello maggiore, con cui non ci fu un vero saluto il giorno della partenza. All’epoca aveva 10 anni, ed era arrabbiato con Mario perché quel giorno non lo portò a pescare, perciò si nascose».
Solo grazie a documenti e testimonianze di compagni di prigionia come Pietro Zuddas, un cagliaritano sopravvissuto, è stato possibile ricostruire la verità. «Mio padre sperava di riportarlo a casa. Non è stato possibile. Ma con la pietra d’inciampo penso di aver portato a termine quel compito».
A chiudere la mattinata le parole del sindaco Massimo Zedda: «Le pietre ci ricordano che la serenità e la libertà che viviamo oggi esistono anche grazie a chi le ha perdute».
La cerimonia si è infine spostata in viale Sant’Avendrace 112, dove Daniela Pani ha potuto riporre la pietra in ricordo di suo zio.
Proprio dove anni fa sorgeva la casa di Mario, in quello che è diventato simbolicamente il ritorno a casa che suo fratello attendeva da tutta la vita.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
