Il conflitto

Attacco ai siti petroliferi Trump bacchetta Israele 

E annuncia di avere «un piano» contro i rincari ma il voto di novembre spaventa i repubblicani 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Prime crepe nell’operazione contro l’Iran. I bombardamenti di Israele contro 30 depositi di carburante iraniani hanno colto di sorpresa gli Stati Uniti, scatenando l’irritazione di Trump verso l’alleato Netanyahu, col quale intende comunque «condividere» la decisione sulla fine della guerra.

Il fumo nero

«Al presidente gli attacchi non piacciono. Vuole salvare il petrolio, non bruciarlo», ha detto un consigliere di Trump ad Axios. Anche se Israele non ha colpito gli impianti di produzione petrolifera, Washington teme che le alte colonne di fumo nero che si stanno alzando dai depositi di carburante bombardati possano unire la popolazione a sostegno del regime. E pur ostentando sicurezza di fronte alla corsa delle quotazioni del greggio («È un piccolo prezzo da pagare, scenderanno rapidamente dopo la distruzione della minaccia iraniana»), Trump sa che l’aumento della benzina e del gas peserebbero sui portafogli degli americani, esacerbando quel carovita di cui si lamentano da mesi con conseguenze potenzialmente negative per i repubblicani alle urne a novembre. Sul balzo dei prezzi petroliferi «ho un piano», ha spiegato Trump senza entrare nei dettagli. Secondo indiscrezioni di Reuters sta valutando varie opzioni: oltre al rilascio delle riserve petrolifere nell’ambito del G7, potrebbe limitare le esportazione di greggio americane, intervenire sul mercato di future del petrolio, rinunciare ad alcune tasse federali o allentare alcuni dei requisiti previsti dalla Jones Act, che richiede al carburante di viaggiare solo su navi battenti bandiera americana.

«Come Putin»

Oltre al caro-petrolio, a occupare Trump è l’ipotesi di un dispiegamento di truppe di terra in Iran. «Non abbiamo ancora deciso. Non siamo affatto vicini» all’invio, ha spiegato prima di partecipare al ritiro dei deputati repubblicani della Camera al Trump Doral di Miami. I repubblicani guardano con preoccupazione al voto di novembre: ai problemi interni - dall’immigrazione alle prime difficoltà dell’economia - si è aggiunta una guerra a cui gli americani sono contrari e che sta sollevando molte polemiche fra i Maga. Fra i democratici c’è chi nota similitudini fra Casa Bianca e Cremlino. Nessuno dei due parla di guerra ma di «un’operazione», lo aveva fatto il leader del Cremlino e lo ha fatto lo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson. Di recente, inoltre, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha messo in evidenza che gli Stati Uniti «non hanno iniziato la guerra ma, sotto il presidente Trump, la stanno finendo». Parole molte simili a quelle di Putin nel 2022, quando disse: «Non abbiamo iniziato questa cosiddetta guerra. Piuttosto stiamo cercando di finirla». Somiglianze che spaventano, anche perché lo zar pensava di conquistare l’Ucraina in un paio di settimane ed è ora impegnato nel quarto anno di conflitto.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi

COMMENTI