Il No.

Meloni: «È il primo passo di un disegno autoritario: le toghe sottomesse al capo» 

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Nel discorso pubblico sul referendum una delle domande più ricorrenti (e oziose) è se e quanto influirà la guerra in Iran sulla propensione al voto. Di sicuro per via del caro-carburante incide sulla campagna del senatore dem Marco Meloni, che in questi giorni è rimbalzato fra Quartu, Assemini, Lanusei, Irgoli, Alghero (e non solo) per incoraggiare il No a «una riforma che non risolve nessun problema: non ha alcuna efficacia sui tempi della giustizia, sui diritti della difesa e tantomeno sugli errori giudiziari, come d’altronde ammette lo stesso Nordio. È semplicemente un modo per limitare l’autonomia della magistratura, presidio fondamentale dei diritti dei cittadini».
La separazione delle carriere di giudici e Pm è patrimonio del centrosinistra dai tempi della bicamerale di D’Alema.
«La separazione è un risultato che abbiamo già sostanzialmente raggiunto, insieme al centrodestra, nel 2022 con la riforma Cartabia. E se la si volesse rendere ancora più rigida, ad esempio con concorsi separati, basterebbe una legge. Qui invece si punta solo ad alterare la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione. Il primo passo di un disegno autoritario, che si completerebbe con il premierato e la legge elettorale. Il potere esecutivo, il capo, che domina sui poteri legislativo e giudiziario».
Il potere che si punta a limitare è quello delle correnti. D’altra parte, dicono i sostenitori della riforma, il Csm non dovrebbe avere natura politica dato che è un organo di Alta amministrazione.
«No, è un organo di rilevanza costituzionale, come il presidente Mattarella è stato costretto a ricordare poche settimane fa. Ma comunque con il sorteggio la politicizzazione aumenta: se prevedi una sostanziale nomina dei membri laici, cioè i consiglieri scelti dal Parlamento, e l’estrazione a sorte dei componenti togati fra tutti i magistrati d’Italia, stai rendendo la politica più forte, e negando alla magistratura la possibilità di organizzare democraticamente il suo organo di autogoverno. E questa è una cosa che non succede in alcun Paese al mondo. In ogni caso l’obiettivo non è limitare il potere delle correnti, che non sparirebbero ma si ritroverebbero con un peso e un’influenza determinati dal caso. No, qui l'idea è limitare la magistratura nel suo complesso, renderla meno autonoma e meno capace di controllare chi governa, come si è già cominciato a fare con l’abolizione dell’abuso d’ufficio e con la riforma della Corte dei Conti. Per Giorgia Meloni l’azione dei giudici è una “intollerabile ingerenza” nel suo operato (parole sue), per noi è un presidio fondamentale dello Stato di diritto».
Allora è vero che siete il partito dei giudici.
«Casomai della giustizia. Della legge uguale per tutti».
Come può essere eversiva una riforma che convince Augusto Barbera e Arturo Parisi?
«Non so se si tratti di ingenuità o di malafede, e nel caso che cosa sarebbe peggio. Ma invito chi vota Sì da sinistra a riflettere su una circostanza: in quanti votano No da destra? Risposta facile: nessuno. Ma mentre i pochi esponenti della “sinistra per il Sì” discettano di pandette, e di fatto promuovono una stagione autoritaria diventando i testimonial preferiti di Giorgia Meloni, il novantacinque per cento dei nostri elettori ha le idee chiare e voterà No». ( c. t. )

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