Alla vigilia, raccontano in ambienti di governo, Giorgia Meloni aveva mandato un messaggio agli alleati. E più o meno lasciava intendere che se la maggioranza fosse andata sotto nel voto a scrutinio segreto sulle preferenze, non avrebbe escluso di recarsi al Quirinale. Per aprire la crisi.
Tentativo fallito
Se si trattava di una forma estrema di moral suasion per spingere la maggioranza a restare compatta, la mossa non è andata a segno. Se invece rispecchiava le reali intenzioni della premier, lo si capirà nel giro di qualche ora o giorni. Ora, di certo, l’ira di Meloni è a livelli di guardia. Dal Colle si osserva la situazione con preoccupazione ma da lontano. Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo ma della maggioranza. La prassi non prevede in automatico la crisi. Ma ogni scenario è aperto in questo frangente ad alta tensione. Anche elezioni anticipate o quanto meno un chiarimento in Parlamento.
Il bis del referendum
Per Meloni è una fase in cui serve «una attenta riflessione». Sono ore di valutazioni a 360 gradi. Ma quando verso le 21,30 la premier lascia Palazzo Chigi, i suoi assicurano che l’idea di salire al Quirinale «non è sul tavolo». E che prevale «la responsabilità di governare il Paese». Si rincorrono le voci di un imminente vertice di maggioranza, ma i politici più esperti di questo genere di confronti consigliano di non farli a caldo. Perché politicamente questa debacle sulla legge elettorale può rappresentare uno spartiacque. Più di quella sul referendum sulla giustizia. E si somma alla deriva su cui è finito il premierato.
La scommessa
Nonostante il governo non fosse pienamente esposto come sulla separazione delle carriere dei magistrati, la riforma della legge elettorale era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra. E Meloni, anche a costo di un lungo braccio di ferro con gli alleati, aveva puntato sulla reintroduzione delle preferenze, un suo storico cavallo di battaglia. In queste settimane i suoi hanno cercato una soluzione. E un compromesso sembrava raggiunto dopo le aperture di Lega e FI. Ma è cominciato a serpeggiare qualche dubbio in Transatlantico alla Camera quando Meloni, mentre era in volo dal Qatar dove ha partecipato alla cerimonia di condoglianze per la morte dell’ex emiro, sui social ha lanciato la «sfida» alle opposizioni a rinunciare alla richiesta del voto segreto. «Giorgia era pessimista», racconta un parlamentare meloniano. Così quella che molti nella maggioranza prevedevano come una votazione scontata, meno di quattro ore più tardi ha gelato coalizione e Governo. Dopo un breve conciliabolo con il ministro Francesco Lollobrigida (per tutto il pomeriggio a Montecitorio per monitorare la situazione e chiarire i dubbi agli indecisi), il capogruppo Galeazzo Bignami annunciava la decisione di andare avanti sulle preferenze.
Arriva l’inchiostro
Chiuso il voto che ha bocciato l’emendamento caro alla premier, Antonio Tajani si confrontava con i suoi colonnelli. Gli azzurri non sono stati gli unici a fare i conti per capire dove sono mancati i trenta voti alla maggioranza. Poggia sui l’ira della presidente del Consiglio che su questa partita ha cercato lo scontro con le opposizioni e, al di là di tutto, sapeva che sarebbe potuta andare così. Per ora non ci sono indizi di una scelta drastica imminente, come il ritorno alle urne. Ma secondo i ragionamenti che circolano nell’esecutivo, con la bocciatura di ieri si è avviato un countdown che potrebbe anche portare alle elezioni a ottobre. Nei giorni scorsi, come accade ogni sei-sette mesi, al Viminale hanno ordinato 90mila boccette di inchiostro nero oleoso per timbri metallici e 135mila matite copiative.
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