In Italia l’economia del mare continua a crescere e raggiunge un valore di 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del Pil nazionale. Un’espansione «in controtendenza rispetto all’Europa», ha evidenziato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, e in cui il Mezzogiorno si conferma l’area con il maggiore peso nel “sistema mare”.
Nel nuovo rapporto nazionale realizzato da OsserMare, Unioncamere, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia Network emerge che l’economia del mare genera un valore aggiunto diretto pari a 78,9 miliardi di euro, con un incremento del 3,8%, e un valore aggiunto complessivo pari a 9,6 miliardi. A crescere sono anche le imprese, che superano la quota di 253 mila, e la forza lavoro. Con oltre 1,13 milioni di occupati, il settore registra un aumento occupazionale del 4,2%, quasi il triplo rispetto alla crescita registrata complessivamente nell’economia italiana.
Il dato
Il Sud Italia ha il peso maggiore. Assorbe il 34,2% del valore aggiunto e il 39,9% dell’occupazione dell’intera economia del mare nazionale, contro incidenze più contenute al Nord. Nel dettaglio, il Nord-Ovest partecipa per il 18,3% al valore aggiunto blu del Paese e per il 14,4% all’occupazione. Il Nord-Est, invece, segna incidenze rispettivamente pari al 17,3% e al 16%. Anche il Centro ha un peso sostenuto, generando il 30,2% del valore aggiunto e il 29,7% dell’occupazione. «Ogni euro generato dalla blue economy ne attiva un ulteriore 1,8 in altri settori», ha fatto notare il presidente di Unioncamere Andrea Prete, a testimonianza di come l’Italia sia tornata ad essere «centrale nel Mediterraneo e in Europa», come ribadito da Urso. Secondo il presidente di Assonautica Italiana Giovanni Acampora, «per lungo tempo abbiamo dovuto dimostrare che l’economia del mare non è semplicemente la somma di filiere, ma un sistema economico integrato capace di generare valore per l’intera nazione. Oggi questa consapevolezza è un patrimonio comune».
Secondo il rapporto, il tessuto imprenditoriale blu risulta meno esposto alla carenza di skill strategiche per la transizione. In particolare, le competenze green risultano difficili da reperire solo per il 2,2%, contro il 6,4% riferito all’intera economia. Quote che salgono, rispettivamente, al 2,6% e all’8,9% per le competenze Stem, e al 9,5% per le competenze digitali e informatiche.
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