Il processo

Guerra di consulenze e super periti per l’omicidio Pinna 

Ammessa la costituzione di parte civile di tutti i familiari della donna uccisa 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Maglietta nera, leggermente appesantito, impassibile, Emanuele Ragnedda, prima di entrare in aula, lo ha fatto sapere ai parenti: «Sono sereno, non aspettavo che questo momento. Mi difendo nel processo finalmente e dimostrerò come sono andati i fatti». Ieri, poco prima delle dieci, la giudice Federica Di Stefano ha visto entrare in aula l’imprenditore di Arzachena, accompagnato da una nutrita squadra di agenti della Polizia penitenziaria. E così è iniziato il procedimento davanti al Gup del Tribunale di Tempio per l’omicidio di Cinzia Pinna. La pm Noemi Mancini chiede il processo in Corte d’Assise per il delitto di Conca Entosa, la magistrata accusa Ragnedda di avere esploso tre colpi di pistola contro la vittima, puntando la pistola Glock sul viso di Cinzia Pinna. Sevizie e crudeltà, si legge nel capo di imputazione, il viatico per il fine pena mai.

Guerra di perizie

Gli avvocati dell’imprenditore (famoso per la produzione del Vermentino più costoso del mondo) hanno depositato due super consulenze (una poche ore prima dell’udienza) per dimostrare che Ragnedda è stato aggredito da Cinzia Pinna armata di coltello, e che è stato ferito. I consulenti dei penalisti Luca Montella e Gabriele Satta sono il perito balistico Dario Redaelli (che ha lavorato al fianco della famiglia Poggi nel caso di Garlasco) e il professore universitario Ernico D’Aloja. Nelle loro conclusioni, tra le altre cose, segnalano al gup che la stanza dove Cinzia Pinna è morta era piena del sangue di Ragnedda. La pensano diversamente i consulenti della pm Mancini (il medico legale Salvatore Lorenzoni, l’entomologa forense Valentina Bugelli e il tossicologo forense Silvio Chericoni), che hanno firmato una ricostruzione pesantissima per l’imputato: Cinzia Pinna sarebbe stata uccisa mentre era riversa sul divano, inerme e incapace di reagire.

Gli zii di Cinzia

La giudice Di Stefano ha respinto le prime eccezioni della difesa e venerdì prossimo dovrà valutare la richiesta di abbreviato presentata dagli avvocati Luca Montella e Gabriele Satta. Se dovessero cadere le aggravanti (la difesa di Ragnedda ha chiesto di cancellarle tutte dal capo di imputazione) si aprirebbe lo spazio per i riti alternativi. Va detto che si tratta di una ipotesi, allo stato, abbastanza remota ma non inverosimile. Hanno vinto su tutta la linea gli avvocati dei familiari di Cinzia Pinna, Antonella e Nino Cuccureddu. Sono stati ammessi come parti civili, non solo madre, padre e sorella della vittima, ma anche sei zii, per il legame fortissimo con la giovane donna uccisa a Conca Entosa il 12 settembre dello scorso anno. Gli avvocati Antonella e Nino Cuccureddu hanno dichiarato: «Anche a nome dei familiari di Cinzia Pinna, vogliamo ringraziare gli investigatori: dai pm alle forze dell’ordine che sono state impegnate in questa vicenda, per la tempestività e l’accuratezza dell’ingentissimo lavoro svolto ed anche per la sensibilità con la quale si sono relazionati con i nostri clienti. Ringraziamo i giornalisti per aver rispettato la volontà dei familiari di Cinzia di vivere privatamente il loro dolore e siamo certi che continuerete in questa direzione». Ammesso come parte civile anche Luca Franciosi, assistito da Maurizio e Nicoletta Mani, presunta vittima di calunnia.

No alla riparativa

È stata rigettata la richiesta di accesso ai benefici della giustizia riparativa, presentata dai difensori di Ragnedda. I familiari della vittima, scossi e turbati, alcuni in lacrime, hanno spiegato che non ci sono le condizioni per un percorso di un dialogo con il responsabile dell’omicidio. Ha pesato nel diniego da parte del giudice anche il comportamento di Ragnedda (dichiarazioni false e contrastanti durante le indagini). Non sarà parte civile, la ex compagna dell’imputato, Rosa Maria Elvo. Il suo legale, Francesco Furnari, ha dichiarato: «Abbiamo visto gli atti, non si capisce perché la mia assistita sia stata indagata. Ragnedda non la ha mai accusata». Prima di un tentativo (sventato) di suicidio in carcere, Ragnedda avrebbe tirato in ballo Elvo con farneticazioni su cui ha relazionato la Polizia penitenziaria.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi