Il mare presenta il conto due volte: quando le materie prime arrivano in Sardegna e quando i prodotti finiti ripartono verso gli altri mercati. Per le aziende dell’Isola, i rincari dei trasporti legati al sistema europeo delle quote di emissione di Co2 si sommano a uno svantaggio geografico mai compensato. C’è il rischio, denunciano gli imprenditori del settore dell’agroalimentare, uno dei comparti più esposti, che il peso finisca per scaricarsi sull’intera filiera: sulle imprese, sugli allevatori, sui lavoratori e, alla fine, sulle famiglie. «Un’insularità sull’insularità». Salvatore Lotta, direttore commerciale della cooperativa “L’Orto di Eleonora”, che ha sede a Terralba, riassume così lo svantaggio delle aziende costrette a fare i conti con gli oneri del trasporto marittimo sia per approvvigionarsi sia per raggiungere i mercati di riferimento. Per la realtà produttiva dell’Oristanese, il primo aggravio arriva con i materiali necessari alle produzioni agricole: concimi, sistemi di irrigazione e altre forniture acquistate fuori dalla Sardegna. Il secondo si presenta quando l’ortofrutta viene spedita oltre Tirreno.
I costi
Secondo Salvatore Lotta, l’Ets si aggiunge al salasso riconducibile al caro gasolio e ai prezzi delle materie prime. Dallo scorso mese di gennaio, riferisce, il costo del trasporto è aumentato del 50 per cento. «In precedenza portare una pedana di merce dall’altra parte del mare costava 40-50 euro, oggi siamo a 100». Per Massimiliano Meloni, amministratore unico di Fattorie Gennargentu, azienda che produce formaggi e salumi a Fonni, il maggior peso dei costi di spedizione verso le altre regioni d’Italia, a causa dell’applicazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, è valutabile in un 15-20 per cento. «Per l’export dei nostri prodotti -chiarisce Meloni - un’incidenza aggiuntiva di dieci centesimi al chilo». Dai vigneti della Gallura manifesta preoccupazione anche Alessandro Mancini, Cantina Piero Mancini a Olbia. «Rispetto alle altre realtà nazionali in Sardegna paghiamo un doppio pegno. Le bottiglie arrivano dall’esterno e quindi vengono gravate dall’Ets, un 30% in più rispetto ad una vendita fatta nel continente. Quando poi vendiamo i nostri vini fuori dalla Sardegna abbiamo dei costi aggiuntivi che non ci vengono riconosciuti dalla distribuzione organizzata in quanto non conosce il problema e non accetta variazioni di prezzo. Quindi siamo noi a farci carico degli aumenti legati alla tassa sulle emissioni a scapito della remunerazione». I produttori chiedono che la Regione ascolti il loro grido d’aiuto e affronti un’emergenza che, sostengono, rischia di aggravare la crisi del tessuto produttivo. «Non lasciate le nostre imprese in balia di questa situazione». Viene espresso il timore che, con questo ulteriore dazio, si disperdano competenze e posizioni di mercato costruite nel tempo: eccellenze nate in anni di duro lavoro oggi alle prese con costi sempre più difficili da recuperare.
«Paghiamo due volte»
«Il doppio aggravio – avverte Massimiliano Meloni – emerge anche nella lavorazione delle carni. Acquistiamo carne suina fuori dalla Sardegna perché l’offerta locale non consente di soddisfare tutte le esigenze. La materia prima attraversa quindi il mare per arrivare nello stabilimento e il prodotto lavorato affronta un’altra traversata per essere venduto fuori dall’Isola. Paghiamo due volte. Prima per portare la materia prima, poi per poterla esportare. Così non si può andare avanti». Per Adolfo Valsecchi, amministratore delegato di Generale Conserve Spa, produttrice del tonno Asdomar, con un forte radicamento a Olbia, «l'aggravio tariffario dovuto alle quote di emissione rischia di penalizzare il tessuto industriale sardo rispetto ai concorrenti che operano sulla terraferma, i quali non dipendono dai trasporti via nave per la distribuzione interna». Assume contorni concreti quella che viene definita «un’asimmetria competitiva», un quadro in cui i costi legati alla decarbonizzazione marittima gravano in modo sproporzionato sulle realtà insulari. Dalla Sardegna giunge un sos con la speranza che non sia troppo tardi: «Dobbiamo essere trattati allo stesso modo dei nostri colleghi del continente».
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