Tanto per cominciare smettiamo di aiutarli a fare i compiti; piuttosto giochiamo con loro. «Ogni capitolo della matematica è come un campo di gioco», rassicura Daniele Gouthier, e se non vogliamo che i nostri figli si convincano di non capirla, giochiamo. E poi, aggiunge il matematico e scrittore torinese (classe 1969), leggiamo con loro: romanzi, fiabe, racconti. «Lo so, sembra che non c’entri niente», ammette il big dei divulgatori della materia più odiata, in questi giorni a Cagliari per un ciclo di presentazioni del suo ultimo libro, ma l’esercizio dell’immaginazione è l’humus per capire tutte quelle robe che hanno a che fare con le x e le y, le quantità e le dimensioni.
Con “La matematica che conta“ (Feltrinelli), Gouthier, docente di comunicazione della matematica e della fisica alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, sarà ospite domani al Liceo Euclide, dalle 15.30, per un dibattito aperto al pubblico sulla didattica e sul ruolo della matematica nella società contemporanea. Dopodomani il tour prosegue all’Istituto De Sanctis Deledda e alla biblioteca di Monserrato (ore 18.30); per concludersi, dopo una sosta all’Istituto comprensivo di Selargius, giovedì alla libreria Tuttestorie (ore 18).
Sui numeri siamo d’accordo: li usiamo tutti i giorni. Ma le equazioni, le derivate, i limiti, che ce ne facciamo?
«Nel libro cerco di spostare l'attenzione dalla tecnica al senso della disciplina, cioè alle idee che stanno dietro i concetti matematici, che chiamo “le gran belle idee". Il principio d’induzione, per esempio, oppure la capacità di costruire un controesempio. Mi interessa che anche chi non farà mai della matematica la propria compagna di vita abbia qualche idea della disciplina, perché è una componente fondamentale della nostra cultura».
Qual è il superpotere della matematica?
«Ci dà la possibilità di sganciarci dall’esperienza diretta: dai sensi, che sono importanti ma spesso ci ingannano. Ci consente di astrarre, cioè cogliere le strutture logiche, geometriche e algebriche che stanno dietro ai fenomeni e che sono un valido strumento non solo per il problema che abbiamo davanti, ma per tutti quelli che condividono la stessa struttura».
Con l’IA come si fa?
«La domanda da farsi è una sola: chi vogliamo che pensi, la macchina o noi? La nostra testa è capace di un pensiero e di una sensibilità che le macchine non avranno mai».
Tra gli studenti è diffusa la credenza che la matematica sia una materia che in pochi possono capire.
«Sbagliamo nel modo in cui la insegniamo: la riduciamo al calcolo e mettiamo troppo poco le mani in pasta. Eppure basta piegare un foglio di carta per capire tante cose su simmetrie, traslazioni e rotazioni. A questo si aggiungono i tanti pregiudizi che la società ha sulla matematica: pensiamo che per farla bisogni essere molto intelligenti, non è vero».
I numeri raccontano sempre la verità?
«I numeri non vanno accettati come una clava che ci zittisce, vanno messi in dubbio e in relazione tra loro. E poi non sono l'unica cosa che conta. Sui femminicidi è vero che le donne uccise oggigiorno sono meno di 30 anni fa, ma anche una sola è troppo: e questo non lo dicono i numeri, ma i nostri valori. La matematica è solo uno degli occhiali che dobbiamo mettere sul naso: ci sono le lenti dei valori, dell'equità, delle emozioni».
Quando si è innamorato della matematica?
«Frequentavo le Medie. Qualcuno mi regalò un libro di logica: un libro di matematica senza numeri né formule. Mi ha aperto una finestra. Poi ebbi un’insegnante che ci faceva fare matematica con le mani: piegare fogli, tagliare il compensato, piantare chiodi per costruire figure geometriche. Ci parlava da pari a pari, con rispetto per la nostra intelligenza».
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