La storia del Sant’Elia è gloriosa e travagliata. Il mega-impianto nasce dopo mediazioni politiche infinite. Un po’ come il nuovo stadio del Cagliari oggi. Da un lato c’era chi chiedeva ospedali, strade e infrastrutture per l’Isola, visto che all’epoca c’era poco o nulla benché la Sardegna vivesse un periodo di fermento anche economico. Nel 1962 viene approvato il Piano di Rinascita (400 miliardi di lire per favorire l'industrializzazione e riequilibrare il reddito regionale), volano di uno sviluppo che poi si è materializzato solo in parte. La povertà in quegli anni si tagliava a fette e ci stava che i discorsi sullo stadio riaccendessero liti di campanile e polemiche istituzionali. Poi sì, lo scudetto del 1970 e la nuova casa rossoblù furono accolti con giubilo da tutta la Sardegna. Ma bisogna rapportare la vicenda stadio agli Anni Sessanta, quando il Cagliari, prima dell’arrivo di Gigi Riva, la Serie A non l’aveva neppure assaggiata e la dimensione era quella di una cadetteria giocata tra mille sacrifici. «Ma quale stadio, siamo molto arretrati», rispondeva un pescatore a Peppino Fiori, già firma de L’Unione Sarda , nel suo documentario “Cagliari, in alto a sinistra”, intendendo per sinistra la parte medio alta della classifica della Serie A, quando fu conquistata.
Gli albori
Il progetto originario del Sant'Elia venne presentato nel 1964 dall'architetto Antonio Sulprizio: prevedeva una struttura con un solo anello da 35mila posti, ma la sua realizzazione fu segnata da ritardi amministrativi e rinvii che lo cambiarono alla radice. Con i successi di Riva e compagni, la società e gli enti coinvolti virarono verso la realizzazione di un impianto più grande, capace di contenere oltre 60mila spettatori. Ma le polemiche non tardarono ad arrivare: l'area scelta (vicino al canale di Terramaini) è paludosa e poco adatta a un’opera di tale portata. Infatti richiese massicci (e costosi) lavori di bonifica e consolidamento che fecero lievitare il conto finale. L’euforia per la storica ascesa del Cagliari scatenò le critiche di altre città sarde, a cominciare da Sassari.
Le critiche
L'accusa era che il capoluogo avesse fagocitato le risorse della Regione per celebrare una supremazia cittadina piuttosto che l'orgoglio di tutta l’Isola. Anche perché per l’epoca i due miliardi messi sul tavolo dal Comune, con un contributo a supporto di 550 milioni di lire versato dal Coni, non era una cifra esigua. Il 12 settembre del 1970 lo stadio venne inaugurato in occasione del match Cagliari-Massese di Coppa Italia: 4-1 per il Cagliari il risultato finale, con Riva, autore di una doppietta, primo marcatore nel grande stadio. Ma quel Cagliari memorabile non fu infinito: anzi iniziò a scendere piano piano dalla parte sinistra alla parte destra della classifica, fino alla retrocessione del 1976 e, in seguito, a quella del 1987.
Manutenzioni out
A causa della carenza di manutenzioni, già prima del Mondiale del 1990, si registrarono fibrillazioni: i 24 miliardi spesi per ristrutturare il Sant’Elia (la cui capienza venne ridotta a 42mila posti) furono l’inizio della sua decadenza. Problemi di inagibilità, già tra gli anni Novanta e Duemila, in piena gestione Cellino, hanno portato alla chiusura di interi settori, alla realizzazione di nuove strutture in tubi “Innocenti”, alla scelta di Quartu e Trieste (prima del mesto ritorno) e a contenziosi con il Comune sui canoni di concessione. Sullo sfondo, le polemiche sui ritardi nella realizzazione delle opere collaterali come l’Asse mediano, inaugurato solo nel 1995 dalla prima Giunta di Mariano Delogu.
Saluti
Il Sant’Elia, rimesso in sesto nei primissimi mesi della presidenza di Tommaso Giulini, ha assolto al suo compito fino al 28 maggio 2017, quando la vittoria del Cagliari sul Milan per 2-1 (dell’attuale tecnico Fabio Pisacane l’ultimo gol) ha consegnato la staffetta allo stadio temporaneo. In attesa della nuova casa rossoblù, il mega-stadio è sempre più un rudere abbandonato che grida aiuto.
(3- Continua)
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