Buio in sala.

Kristen Stewart debutta (bene) alla regia 

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Un esordio alla regia dal forte carattere autoriale è quello di Kristen Stewart con “La cronologia dell’acqua”: pellicola tratta dalla biografia della scrittrice Lidia Yuknavitch, che, dalla frammentazione delle sue testimonianze, ha cercato una via per ricomporsi. Cresciuta con un padre possessivo e una madre alcolista, Lidia sviluppa un senso di repressione e un impulso autodistruttivo, traendo unico sollievo dagli allenamenti di nuoto e da un distorto autoerotismo. Sfuggita agli abusi domestici, trova un po’ di equilibrio nel matrimonio, ma i traumi del passato, ancora troppo forti, le impediscono una reale apertura. Incline all’abuso di alcol e di sostanze, in un continuo bisogno di evasione, scopre nella scrittura un’occasione di rinascita.

Assistendo alle lezioni di Ken Kensey, le antiche sofferenze diverranno mezzo di confronto, ripristinando lentamente l’ordine in un caos assillante e pervasivo. Rispettando l’identità dell’originale, la Stewart adotta uno stile rapsodico e quasi irrazionale nell’accostare le immagini, ricordando quanto avviene nelle libere associazioni mentali. Come un album dei ricordi, le riprese in 16 mm rispecchiano, attraverso le imperfezioni della grana visiva, il disordine mentale della protagonista, a sua volta enfatizzato dal punto di vista onnisciente e dalla ricorrenza dei monologhi interiori. Con una prova coraggiosissima, “Imogen Poots” si getta anima e corpo, senza risparmiarsi nella minima esposizione di sé. Un esito convincente, frutto di una necessità autentica e libero da qualsivoglia restrizione, in cui finalmente la Stewart ha potuto sfogare tutto il proprio talento.

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