TeheraN. Al sedicesimo giorno di proteste l’Iran è precipitato in una repressione senza precedenti, che secondo le organizzazioni per i diritti umani ha assunto i contorni di una vera e propria strage. Le cifre restano difficili da verificare a causa del blackout informativo imposto dal regime, ma il quadro è drammatico: Human rights activists news agency (Hrana) parla di almeno 490 manifestanti uccisi e oltre 10.600 arresti, mentre fonti dell’opposizione e la Fondazione Narges Mohammadi – guidata dalla Nobel per la Pace 2023 – riferiscono di più di 2.000 morti, molti dei quali nelle ultime 48 ore. Decine anche le vittime tra le forze di sicurezza.
Testimonianze raccolte all’estero descrivono ospedali trasformati in obitori improvvisati, con corpi ammassati e famiglie costrette a pagare migliaia di dollari per ottenere le salme dei propri cari. Video e immagini, filtrati nonostante l’oscuramento di internet e dell’elettricità, mostrano sacchi neri accatastati e scene di violenza diffusa. Identificare i morti è spesso impossibile, anche a causa dell’ostruzionismo delle autorità.
Le ragioni delle proteste
Le manifestazioni, esplose per il crollo della valuta e la crisi economica, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta al regime degli ayatollah. È il movimento più intenso dai tempi di “Donna, vita e libertà”, scoppiato nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. In molte città – da Teheran a Isfahan, da Shiraz a Tabriz, fino a Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei – i manifestanti erigono barricate, incendiano edifici e affrontano le forze di sicurezza. A Teheran, rimasta senza luce e rete per oltre 72 ore, centinaia di persone hanno illuminato la notte con le torce dei cellulari.
La reazione del regime
La risposta del potere è sempre più dura. Il capo della polizia nazionale ha ammesso che «il livello di scontro è aumentato», annunciando arresti mirati. Secondo Iran international, gas lacrimogeni e armi ad aria compressa sono stati usati anche contro i familiari delle vittime durante i funerali. Dopo aver inizialmente minimizzato la portata delle proteste, il regime ora le riconosce ma ne rovescia la narrazione: tre giorni di lutto nazionale sono stati proclamati per «onorare» i caduti della «battaglia di resistenza nazionale», cioè agenti e poliziotti. Il presidente Masoud Pezeshkian parla di «terroristi legati a potenze straniere», mentre il procuratore generale minaccia l’accusa di “nemici di Dio”, reato punibile con la pena di morte.
Usa pronti all’attacco
Sul piano internazionale cresce la tensione. Donald Trump ha espresso sostegno ai manifestanti e valuta una risposta americana. A Washington è in programma per domani un briefing con le principali opzioni sul tavolo: nuove sanzioni, cyberattacchi, raid mirati fino a un’operazione militare più ampia. Secondo il New York Times e il Wall Street Journal, nessuna decisione è stata ancora presa e nell’amministrazione manca un consenso sulla linea da seguire. I vertici militari chiedono tempo per consolidare le difese nella regione, anche alla luce delle possibili ritorsioni.
Le minacce degli ayatollah
Teheran, dal canto suo, avverte che qualsiasi attacco statunitense provocherebbe una risposta contro Israele e le basi Usa in Medio Oriente, definite “obiettivi legittimi” dal presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf. Israele segue con allerta massima: il premier Benjamin Netanyahu ha espresso sostegno ai manifestanti e le Forze di difesa israeliane si dicono pronte a reagire.
In questo scenario torna a farsi sentire Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dall’esilio negli Stati Uniti invita gli iraniani a non lasciare le strade e si dice pronto a rientrare «appena possibile» per guidare una transizione verso elezioni libere. Il Paese resta sospeso tra una repressione sempre più feroce e una protesta che, nonostante il sangue e l’isolamento, continua a sfidare il regime.
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