il dibattito

«Il Pnrr non può colmare il gap insulare» 

L’audizione di Meloni alla Commissione parlamentare: «Serve valutare l’impatto» 

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Il Pnrr può accelerare lo sviluppo della Sardegna, ma non può cancellare gli svantaggi dell’insularità. È questo il messaggio che il vicepresidente della Regione Giuseppe Meloni ha consegnato ieri alla Commissione parlamentare per il contrasto degli svantaggi derivanti dall’insularità, riportando al centro del dibattito una questione che, a quasi quattro anni dalla modifica della Costituzione, attende ancora una piena attuazione.

L’audizione

Davanti ai parlamentari, Meloni ha ricordato che nell’Isola il Piano nazionale di ripresa e resilienza vale quasi 5 miliardi di euro distribuiti su oltre 19 mila progetti, con più della metà delle risorse già erogate. Investimenti che stanno finanziando scuole, sanità, infrastrutture, digitalizzazione e transizione ecologica. «È un grande acceleratore per accorciare le distanze interne alla Sardegna – chiarisce Meloni – ma del tutto insufficiente, da solo, a colmare il divario strutturale che separa l’isola dal resto d’Italia e d’Europa».

Il nodo, ha sottolineato, è un altro: il Pnrr nasce come uno «strumento straordinario e temporaneo«, mentre l’insularità rappresenta una «condizione geografica permanente». Per questo, anche una volta completati tutti gli interventi previsti, continueranno a gravare sulla Sardegna i maggiori costi dei trasporti, dell’energia, della logistica e della mobilità di persone e merci. Da qui la richiesta della Regione di fare un passo ulteriore rispetto ai fondi del Pnrr.

Meloni ha suggerito l’introduzione di una «valutazione preventiva dell’impatto insulare» per ogni politica nazionale ed europea e un pacchetto di proposte a partire dalla creazione di un indicatore ufficiale capace di misurare il costo economico dell’insularità e un intervento dell’Unione europea per attenuare gli effetti della tassa sulle emissioni Ets nei collegamenti marittimi.

Sullo sfondo resta ancora la richiesta di riaprire il tavolo nazionale sull’insularità, fermo dal 2022, e solo parzialmente sfiorato dall’accordo sulle entrate che ha garantito 100 milioni aggiuntivi solo per il biennio 2026-2027. «Applicare regole identiche a situazioni strutturalmente diverse non produce uguaglianza – ha chiarito Meloni – ma, al contrario, consolida il divario». Ed è proprio qui che il dibattito torna indietro di quattro anni.

Il percorso

L’atmosfera oggi è ben diversa da quella dell’estate del 2022, quando il Parlamento approvò in via definitiva la riforma costituzionale che inserì il principio di insularità nell’articolo 119 della Carta. Si concludeva così un percorso iniziato cinque anni prima grazie a una legge di iniziativa popolare sostenuta da oltre 200 mila firme raccolte in Sardegna. Una riforma salutata come una svolta storica: era il presupposto per costruire un sistema stabile di compensazioni economiche, fiscali e infrastrutturali.A quattro anni di distanza, però, quel principio è rimasto in gran parte sulla carta. Mancano gli strumenti attuativi capaci di quantificare il costo dell’insularità e di tradurre il riconoscimento costituzionale in risorse permanenti.

Tra i settori che continuano a pagare il prezzo più alto c’è quello dei trasporti e della logistica. «Abbiamo scelto di mettere la faccia degli imprenditori per fare pressione sulle istituzioni e affrontare finalmente un problema che esiste da troppi anni», osserva Pierpaolo Murgia, avvocato e coordinatore della neonata rete “Ambasciatori di Sardegna”. Secondo Murgia, ogni imprenditore sardo continua a partire con un handicap economico rispetto ai concorrenti della penisola. «Oggi possiamo stimare un deficit di almeno 350 milioni di euro all’anno che dovrebbe essere compensato».

Il nodo principale resta la continuità delle merci. «Dalla legge Attili – istituita nel 1999 – in poi non è stato attivato nulla. Esistono strumenti, come il federalismo fiscale, che, se attuati, potrebbero dare un sollievo concreto alle imprese». Il risultato? I maggiori costi della logistica continuano a incidere sulla competitività delle aziende sarde, arrivando in alcuni casi a pesare per diversi punti di fatturato. «Questa è una battaglia complessa – conclude Murgia – che deve essere affrontata insieme, senza dividerla tra singoli settori amministrativi».

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