Olivier Assayas dirige un eccellente ma statico Jude Law

“Il mago del Cremlino” è un’occasione sprecata 

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Proprio lo scorso febbraio, il maestro Wim Wenders si esprimeva sull’orientamento che il cinema - a suo avviso - dovrebbe assumere in relazione al dibattito politico: definendolo un “contrappeso”, alludeva a qualcosa di distinto dalla questione pubblica, più orientato all’immaginario collettivo che a un mezzo per ispirare la classe dirigente. È innegabile, allo stesso modo, quanto l’attuale contesto d’instabilità globale stia condizionando una buona fetta di produzioni cinematografiche, le quali, cavalcando l’imprevedibilità degli accadimenti, traggono spunto per interrogarsi sui segreti e le macchinazioni dietro al sistema, o sulla psicologia complessa dei soggetti coinvolti in prima linea. Con il conflitto russo-ucraino ancora nel vivo, Olivier Assayas dirige “Il mago del Cremlino: le origini di Putin”: adattamento dell’opera di Giuliano da Empoli che, in una formula dichiaratamente romanzata, tenta di ricostruire l’ascesa al potere dello statista, favorendo - sulla base degli elementi raccolti - una lettura più esaustiva dello scenario odierno.

La storia

Dopo aver ottenuto il consenso per un’intervista, lo scrittore Lawrence Rowland incontra Vadim Baranov, il primo e più vicino collaboratore di Vladimir Putin. Ritiratosi a vita privata nella sua elegante dimora, l’uomo ripercorre le tappe più significative che lo hanno portato ai vertici dell’amministrazione, dalle prime messinscene come regista teatrale alla tormentata relazione amorosa con Ksenija. Il decisivo cambio di rotta avviene con l’esperienza maturata nel campo televisivo, che in breve tempo lo porterà a intrecciare legami con l’oligarca Boris Berezovskij e a cogliere l’opportunità di cambiare l’assetto statale spingendo per l’ascesa di Putin, al tempo membro dei servizi segreti dell’FSB. Sulla scia di avvenimenti come lo scoppio della seconda guerra in Cecenia, la tragedia del sottomarino Kursk, le proteste di Piazza Maidan e la successiva annessione della Crimea, Vadim sosterrà il capo di stato nell’instaurazione di un regime sempre più accentrato e - suo malgrado - in un gioco di alleanze in cui i sostenitori di ieri possono diventare gli avversari di oggi.

Vero o falso?

Con al centro il protagonista che, anche in veste di narratore, espone i fatti dall’esterno, la trama segue una ricostruzione lineare degli eventi, adottando all’occorrenza un taglio documentaristico e il ricorso a materiali d’archivio. L’immersione è garantita dalla cura riposta nelle scenografie e dall’impiego di tecniche visive utili a ricreare il salto temporale tra le differenti epoche. Sfortunatamente - anche a fronte delle precisazioni iniziali - la natura romanzesca del testo originale penalizza il senso di realismo, rendendo ostico superare lo scarto tra l’aderenza ai fatti e le modalità di fruizione. Ciò appare evidente nella strutturazione dei dialoghi: contorti e granitici al punto da incidere sulla credibilità di certe situazioni, e inefficaci nel descrivere le varie complessità dei personaggi. Anche gli attori, purtroppo, ne soffrono le conseguenze: tra un Jude Law eccellente nella mimica ma troppo di facciata e uno sprecato Paul Dano, sintonizzato senza evoluzioni sulla stessa linea emotiva. Un lavoro manchevole di equilibrio, che saprà certo incuriosire su alcuni punti, ma al costo di una generale sensazione di inappagamento.

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