Famiglie che non riescono più a mettere da parte nulla, genitori costretti a rinunciare a cure o attività per i figli, lavoratori che pur avendo un impiego restano intrappolati nella precarietà. «La povertà non è una colpa ma una condizione da cui dover uscire»: è da qui che bisogna partire per leggere ciò che sta accadendo oggi in Sardegna. È il quadro emerso ieri a Cagliari nell’incontro “L’Italia delle Povertà – Focus sulla Sardegna”, promosso dalle Acli regionali insieme a Iares (Istituto Acli per la ricerca e lo sviluppo) e all’Alleanza contro la Povertà in Italia, che ha riunito istituzioni, sindacati e operatori sociali per fare il punto su numeri e prospettive.
Impossibile risparmiare
I dati raccontano una realtà che nell’Isola appare più critica rispetto alla media nazionale. In Sardegna il 17,3% delle famiglie vive in povertà relativa, contro circa il 10% del resto del Paese. Ancora più significativo è il dato sulla percezione della condizione economica: il 36,2% delle famiglie sarde, più di una su tre dichiara di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, quota quasi doppia rispetto alla media italiana.
A pesare è anche la fragilità finanziaria. Secondo i dati illustrati durante l’incontro, sei famiglie su dieci non riescono a risparmiare e ancor di più dichiarano di non essere in grado di affrontare una spesa imprevista. Inoltre, ad aggravare la situazione, sta il fatto che i redditi medi familiari sono rimasti fermi al 2023, un 11% in meno rispetto alla media nazionale.
È proprio questa vulnerabilità diffusa uno degli aspetti più preoccupanti. «In Italia circa il 20% della popolazione vive vicino alla soglia di povertà – ha spiegato Remo Siza, del comitato scientifico dell’Alleanza contro la Povertà –. Significa che una parte delle famiglie non è povera oggi, ma può diventarlo molto facilmente». La povertà, dunque, non cresce necessariamente nei numeri complessivi ma tende a restare stabile nel tempo, con un continuo ricambio tra chi riesce temporaneamente a uscirne e chi invece vi entra a causa di eventi della vita: la perdita del lavoro, l’aumento degli affitti, la nascita di un figlio o un problema di salute. «Basta un cambiamento improvviso – ha osservato Siza – perché una famiglia scivoli sotto la soglia di povertà. È il segno di un sistema di welfare ancora troppo debole rispetto alle dinamiche economiche e sociali».
Tra i fattori che alimentano questa fragilità c’è anche il tema del lavoro. Sempre più spesso, infatti, la difficoltà economica riguarda persone che un impiego ce l’hanno. «Oggi parliamo sempre di più di lavoratori poveri», ha spiegato Nicola Cabras, segretario generale della Fp Cgil Sardegna. «Circa l’80% dei nuovi contratti è a termine o precario e questo, insieme al costo della vita, trascina molte famiglie in situazioni di difficoltà».
Fattore precarietà
Un fenomeno che in Sardegna appare ancora più accentuato. «Un tempo la povertà si incontrava in contesti specifici – ha aggiunto Cabras – oggi la si incontra anche nei luoghi di lavoro».
Una dinamica che, secondo il presidente delle Acli Sardegna Mauro Carta, colpisce soprattutto alcune categorie. «Donne e giovani sono tra i più penalizzati, spesso costretti ad accettare contratti part-time o precari e a entrare tardi nel mercato del lavoro. Ogni anno perdiamo migliaia di giovani formati».
A questo, aggiunge «a causa dello scoppio di nuovi conflitti, l’aumento dei costi della vita, tra energia, trasporti e servizi, pesa in particolare sulle famiglie monoreddito. Creare una cabina di regia con tutti gli attori, associazioni, sindacati e istituzioni che si confronta periodicamente potrebbe dare effetti positivi».
Antonio Russo, portavoce dell’Alleanza contro la povertà in Italia, ha messo il problema in prospettiva nazionale: «Siamo di fronte a sei milioni di poveri assoluti, 2,3 milioni di famiglie, un italiano su dieci, e nessuno parla più di povertà nel dibattito pubblico. Senza politiche che incentivino il lavoro stabile, il sostegno alle famiglie e l’accesso equo ai servizi essenziali, assisteremo a una vera e propria glaciazione demografica, e qui non c’è nessun incentivo».
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