L’anatema era rivolto al sistema arbitrale, ma nell’impeto ci è passato pure il “suo” Cagliari: «Non si può avere così mancanza di rispetto per il Milan, che gioca contro una squadra che non gliene frega niente, e l’arbitro fischia solo per l’altra squadra, sempre». E poi: «È una delle pagine più brutte del calcio. Poi la pagano, poi retrocede il Cagliari. Io lo dico, così non si fa, ragazzi. Poi retrocedete».
Resta il fatto che, se a pronunciare queste frasi fosse stato un tifoso del Milan qualsiasi, due domeniche fa, mentre il Cagliari vinceva a San Siro, i social non sarebbero esplosi di improperi. Ma le parole arrivano da Mario Ielpo, un signore del calcio di 62 anni, da sempre moderato in campo e fuori, che ha appena accarezzato il sogno milanista – quando i rossoneri erano dei globetrotters – grazie a 205 presenze con la maglia del Cagliari. Parliamo dell’uscita maldestra, forse a vuoto, che l’ex portiere rossoblù, tra i migliori dopo Enrico Albertosi nella storia del club, ha fatto due domeniche fa in una trasmissione sportiva di un’emittente privata milanese. È dalla Lazio che il Cagliari degli Orrù lo andò a prendere: era il primo dei due anni di C1, dopo la retrocessione dalla B con cinque punti di penalizzazione. Preistoria calcistica e non solo: estate 1987, il governo Craxi è ancora ben più di un’ombra quando Fanfani forma un esecutivo neppure troppo balneare, visto che, il 28 luglio, la Dc si riprende Palazzo Chigi con Giovanni Goria. Ielpo è un giovane studente, il Cagliari deve pensare a risalire posizioni e riguadagnarsi una reputazione solida. Si riparte da una salvezza conquistata con Mario Tiddia al timone dopo l’esonero di Enzo Robotti, lasciando in pegno alla Torres la leadership regionale. Dalla stagione successiva in poi, il Cagliari torna ad essere il Cagliari. E Mario Ielpo, partita dopo partita, con Claudio Ranieri in panchina, diventa uno dei portieri più quotati della Serie A.
Perché, Ielpo, lei credeva davvero che il Cagliari dovesse scansarsi?
«Il Cagliari non avrebbe dovuto scansarsi, ma non aveva nulla da perdere né da guadagnarci. A prescindere dal fatto che il Milan abbia giocato una partita horror».
In realtà, quella di San Siro non è stata neppure la migliore gara dei rossoblù. Ne era al corrente?
«Il rischio che tenevo a sottolineare in trasmissione, che tra l’altro è sempre in agguato, è quello di diventare antipatici. Io ho giocato per una squadra che risultava antipatica ai più e, credetemi, non è bello».
In che senso?
«Era una squadra nobile, forse un po’ decaduta, visto che giocavamo in Serie B. In ogni campo l’aria era pesante. Ma non perché fossimo una squadra “antisportiva”. C’erano retaggi del passato che, evidentemente, non era facile cancellare».
La squadra nobile non era il Cagliari, giusto?
«Con i rossoblù in Serie B ho giocato un anno e sono stato promosso. Era il 1990».
Lo sa che i social sono esplosi, alle sue parole?
«Ma nei social tutto viene travisato. Ripeto, sono l’ultima persona che offenderebbe Cagliari e la Sardegna».
Ricorda che addirittura la curva Nord le dedicò un coro, Meo amigo Mario ?
«Lo ricordo bene. Per me sono stati anni meravigliosi, quelli cagliaritani».
Solo per il calcio?
«No. Ricordo il calore della gente, un ambiente che ti metteva sempre a tuo agio».
Lei che cosa fa ora?
«L’avvocato, da parecchio tempo. Ho due figli ormai grandi e tre nipoti. Tra l’altro io sono di Roma, e nella Capitale mi sono laureato proprio durante la mia permanenza cagliaritana. Ma a Cagliari ho superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione».
I suoi figli fanno il suo stesso mestiere?
«Solo mia figlia, ma lavora per uno studio internazionale».
È più tornato in Sardegna dai tempi del Cagliari?
«Diverse volte. Tornerò anche quest’estate: ho affittato una casa nella zona di Chia. Trascorrerò al mare del tempo con i miei nipoti».
Ranieri ha regalato anche a lei il campanaccio personalizzato?
«Il dilliding dillidong che faceva con il Leicester l’ha inventato a Cagliari. Certo che ce l’ho. Ma spero che abbiate capito che non volevo offendere».
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