Il caso.

Evasione, stretta sul commercio orientale 

Procura e Finanza sequestrano beni per 160mila euro per una presunta frode 

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Nuovo sequestro di beni nei confronti di un cittadino di origini cinesi, titolare di una società cagliaritana specializzata nel commercio di abbigliamento, che la Procura e la Guardia di Finanza ritengono abbia evaso le imposte attraverso un giro di fatture false. È l’ennesimo blitz delle Fiamme Gialle che, ormai da qualche anno, stanno lavorando con diverse inchieste su una ventina di aziende cagliaritane gestite da orientali.

La nuova indagine

Secondo gli investigatori del Nucleo di polizia economico-finanziaria, tra il 2020 e il 2023 l’azienda avrebbe usato fatture per circa 450mila euro emesse da tre società “cartiere” con sede a Oristano, Milano e Prato, tutte riconducibili a persone di origine asiatica. Imprese senza struttura né attività, tanto che l’Agenzia delle Entrate, ormai da tempo, ne aveva già chiuso d’ufficio le partite Iva. I costi fittizi sarebbero serviti ad abbassare il reddito imponibile. I finanzieri – coordinati dal colonnello Paolo Pettine – hanno passato al setaccio centinaia di documenti, spesso generici, confrontandoli con i flussi bancari: solo una minima parte dei pagamenti risulterebbe tracciabile, mentre il resto sarebbe stato saldato in contanti, con importi sotto la soglia prevista dalla normativa valutaria. Al titolare è contestata la dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti. Il sequestro disposto dal Giudice per le indagini preliminari di Cagliari, chiesto e ottenuto dal pubblico ministero Giangiacomo Pilia, ha colpito una serie di conti correnti e un terreno edificabile riconducibili al titolare dell’azienda finita nel mirino della Procura.

La sequenza

Non è un episodio isolato. Il 5 giugno 2024 era toccato a una società di commercio all’ingrosso gestita da una famiglia cinese: sequestro da 2,5 milioni, fatture false per ridurre la base imponibile di oltre 3,7 milioni e Iva evasa per oltre 815 mila euro tra il 2016 e il 2021. In quell’indagine furono individuate 19 cartiere riconducibili a prestanome cinesi, con fatturazioni sospette per oltre 315 milioni. Ai primi di agosto dello stesso anno un sequestro da oltre 500 mila euro coinvolse una società al dettaglio, sempre gestita da orientali: circa 700 mila euro di imponibile sottratto e oltre 150 mila di Iva non versata, nell’ambito di un’inchiesta partita dalla penisola su 12 società e fatture false per oltre 200 milioni. Il 27 febbraio scorso si è registrato il caso più pesante degli ultimi tempi: beni per circa 800mila euro sequestrati a un commerciante di abbigliamento e accessori, anche questa volta di origini cinesi, accusato di aver evaso altrettanto con fatture false da 1,6 milioni.

I pre-conti

C’è poi un secondo filone, che da Cagliari si sposta su Sassari e poi in tutta l’Isola, con l’ipotesi che le aziende emettano dei “preconti” al posto dello scontrino, ottenendo dunque contati non tracciabili. La scoperta è arrivata a seguito dell’esame di alcuni software di cassa di aziende gestite da asiatici. Negli ultimi anni, però, il fenomeno si sarebbe molto ridotto con la progressiva riduzione del pagamento in contanti a favore del pos.

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