Un libro sotto l’ombrellone.

Dimenticate “Romanzo Criminale” Questo è un giallo a regola d’arte 

Un ritorno da manuale per il maestro Giancarlo De Cataldo 

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Secondo il medico legale, la giovane donna è morta a causa di «una decina di coltellate, tutte superficiali. E un solo colpo mortale. Alla carotide. Troncata di netto. La morte dev’essere stata rapidissima». Omicidio o suicidio artistico?

Così è morta Serena Rex, nome d’arte di Serena Renne, in un laboratorio della periferia romana mentre girava un nuovo video sulla sua attività artistica. Era una famosa esperta di scarificazione, un rituale antico che consiste nell’effettuare incisioni per procurarsi cicatrici, esponente di un movimento artistico che s’ispirava alla Body Art classica degli anni ‘80 e ‘90. New Body Art. Arte estrema.

Coinvolgente come in tutti gli oltre trenta romanzi che ha scritto e indimenticabili come “Romanzo criminale”, anche il settimo libro della serie con protagonista il contino, l’ex magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo, ambienta un caso per Maurizio Spinori, pubblico ministero in Roma, nel mondo caotico dell’arte moderna, e la morte di Serena Rex diventa un “Delitto in cornice” (Einaudi 231 pp. 18 euro). Il fattaccio impegna Spinori e la sua squadra di tutte donne nel mondo dell’arte, in comparti dove gli pseudo esperti e gli artisti di poco talento sono numerosi, pochi i nomi che contano, e abbondano invece i ricatti, gli inganni e i galleristi fraudolenti.

Giancarlo De Cataldo, quanto è complesso, il mondo dell’arte in cui Spinori si muove un po’ guardingo?

«È complicatissimo perché lui non vuole sembrare un ignorantone, e applica all’arte il ragionamento che usa nel valutare un’opera lirica. Quando, sentiamo Verdi, Wagner, Puccini, ci emozioniamo, cosa che si verifica meno quando ascoltiamo opere liriche contemporanee. Alcune cose dell’arte moderna sconcertano Manrico, gli sembrano una presa in giro e non gli piacciono, ma vuole studiarle, capire perché si fanno. E questo riguarda le grandi esperienze dell’arte contemporanea ma anche tante altre vie traverse che Manrico fatica a comprendere.»

Questa incomprensione, da cosa dipende?

«Ogni era artistica ha i suoi movimenti e punti di richiamo. Ho studiato un po’ la critica d’arte contemporanea e mi sono riconosciuto in alcune loro posizioni soprattutto sul fatto che l’artista fa sempre quello che vuole il mercato. Nei tempi classici, quando l’arte per lo più finiva nelle chiese, l’artista doveva dipingere soprattutto soggetti religiosi. Oggi l’arte è fondamentalmente comunicazione: deve colpire attraverso il senso che esprime, andare oltre il prevedibile.»

Come la scarificazione?

«Deve fare cose che non siano solo una ripetizione di modelli fatti per incantare, ma che possano portare un po’ avanti la frontiera dell’arte. Questo non tutti lo fanno, e così il discorso si fa confuso e c’è un po’ un adagiarsi sulla convenienza del mercato. Manrico non condanna: capisce fino ad un certo punto, oltre non va, perché gli sembra un inganno il fatto che un pittore o scultore pensi si possa accettare ad occhi chiusi una produzione che lascia perplessi.»

La pratica della scarificazione adottata dalla vittima, era una vocazione o rappresentava quella che lei definisce una forma di comunicazione con il trascendente?

«Vocazione, ma che perseguiva pure l’obiettivo di un assoluto che è il trascendente. Ovviamente io racconto artisti immaginari, ma un artista che mette a disposizione il suo corpo in quel modo, ha anche una parte di esibizionismo assai sviluppata. Ci sono state esperienze molto estreme negli anni sessanta – settanta del secolo scorso e penso all’attivismo viennese. Ci sono stati anche artisti che facevano orge col sangue finiti in galera e condannati. È un modo estremo di intendere l’arte, e ho grande rispetto per chi si mette in gioco in modo anche violento.»

Fra filmati veri e presunti, braccialetti rari, riprese agghiaccianti, funghi dannosi, quanto conta l’intuito di chi indaga?

«Manrico è uno che deve sempre studiare, conoscere. Più che sull’intuito lui punta sulla forma. Quando uno lavora molto in un campo e fa molti processi, molte indagini, accumula un bagaglio di conoscenze che gli appartiene e che a volte entra in risonanza con delle nuove informazioni. Il guaio è che più aumenta l’influenza della prova scientifica, e meno spazio c’è per questo tipo di ragionamento».

La diffidenza che circonda l’operato del Pm nel romanzo - ma spesso anche nella vita reale -, su cosa si basa?

«Diciamo che è andato in crisi un patto tra i cittadini e la giustizia, tra il potere politico e la giustizia. A livello banale potremmo dire che nessuno ama essere giudicato - è sempre stato così -, ma ci sono stati nel corso dei secoli tempi in cui c’era maggiore rispetto e sintonia. In democrazia si scontrano due grandi correnti di pensiero: una, la quale ritiene che il potere giudiziario abbia una funzione di controllo degli altri poteri, soprattutto il potere esecutivo dei governi per intenderci; l’altra linea culturale invece che ci siano troppi controlli e che quindi il potere giudiziario debba essere organico all’attività di governo. In sostanza: ho vinto le lezioni e non voglio essere giudicato».

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