“Sulla soglia dei giorni perduti” (edito dalla Lfa Publishing) di Nino Dejosso è una silloge che chiede al lettore lentezza, disponibilità al sogno, capacità di abitare le immagini più che di seguirne un racconto lineare. In Dejosso, il verso libero diventa spazio mentale: il poeta procede per lampi e frammenti, costruendo sequenze visionarie e allegoriche, dove pensieri e ricordi sopravanzano la trama degli eventi.
La memoria – personale e collettiva – funge da vero baricentro del libro: infanzia, paesaggi sardi, città industriali, quartieri feriti, si alternano in un continuum onirico in cui il tempo è “meridiano eremitaggio” e i giorni sono davvero “perduti” solo in superficie, perché tornano come echi, odori, falci sul fiume, “gocce di alabastro” nel labirinto dell’esistenza. L’io lirico è spesso decentrato, più sguardo che autobiografia, e fa della poesia un luogo di resistenza alla violenza, all’alienazione e alla perdita di senso.
La lingua è coltissima e sensoriale, nutrita di simboli, sinestesie, lessico minerale e vegetale, con improvvise aperture civili e cosmiche, dal “quartiere malato” alle “radiazioni violentissime” di una stella morente. Ne nasce una voce matura, che riecheggia certo Novecento ma approda a un immaginario personale, tra boschi fatati e ciminiere impossibili, campi di spigo e loft metropolitani. È una raccolta esigente ma generosa: chiede attenzione, in cambio offre un viaggio ipnotico nel fluire del pensiero poetico, dove ogni lettore è invitato a ritrovare con pazienza i propri giorni perduti. (Ciro Auriemma)
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