Milano.

Chiara prosciolta: «Mi riprendo la mia vita» 

L’esultanza di Ferragni dopo la sentenza: «Giustizia è fatta». Il legale: «Ammirevole» 

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Milano. Un “incubo” durato due anni che si è sciolto in pochi secondi. È bastata la frase «non doversi procedere per estinzione del reato» per spazzare via la tensione accumulata giorno dopo giorno e riprendere fiato. Con la sentenza di ieri è tornato il sereno nel cielo di Chiara Ferragni, finita imputata a Milano per una vicenda odiosa per chi ha saputo costruire un impero attraverso i social network. Accusata di truffa aggravata con uno dei suoi più stretti collaboratori all’epoca e un imprenditore, al termine del processo in cui è stata giudicata con rito abbreviato, è stata assolta o, per dirla in maniera più tecnica, prosciolta. Si è chiusa così la vicenda giudiziaria con al centro i casi del Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua e i presunti messaggi ingannevoli pubblicati sul web per promuoverne la vendita, secondo l’ipotesi dell'accusa, lasciando intendere che parte del ricavato sarebbe andato a finanziare iniziative di beneficenza.

Il processo

Il giudice della terza sezione penale, Ilio Mannucci Pacini, ha ritenuto di non riconoscere l’aggravante della minorata difesa dei consumatori o utenti online. Così il reato contestato a lei e ai suoi coimputati - l’allora suo braccio destro, Fabio Damato, e il presidente di Cerealitalia, Francesco Cannillo - è stato riqualificato in truffa semplice cancellata, però, dalla revoca della querela presentata alla fine del 2023 dal Codacons. Revoca arrivata dopo un accordo, poco più di un anno fa, con cui l’imprenditrice digitale, che aveva già chiuso il fronte amministrativo versando risarcimenti e donazioni per circa 3,4 milioni di euro, ha staccato un assegno di 200 mila euro e ha partecipato, mettendo a disposizione la sua immagine, ad una iniziativa solidale. «È andata bene. Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower», sono state le sue parole a caldo subito dopo la lettura del dispositivo. Sulla porta dell’aula, stretta nella calca di tv, flash e taccuini, asciugandosi il viso rigato da una lacrima, ha proseguito: «Sono passati due anni nel corso dei quali non ho mai detto niente per rispetto delle istituzioni e per rispetto di questo procedimento. Sono contenta finalmente anche di potermi riappropriare della mia vita». A chi le ha chiesto se per questa vicenda abbia perso anche dei follower, ha risposto: «Un pochino, poche persone». Su Instagram ora sono 28 milioni. Ma quel che conta è che «è finito un incubo».

L’avvocato

Aveva fiducia nella giustizia «e giustizia è stata fatta», ha confidato a chi le era vicino, prima di raggiungere la madre, che l'attendeva fuori dal Tribunale per abbracciarla. «È accaduto quel che doveva accadere», ha spiegato l'avvocato Giuseppe Iannaccone, che con Marcello Bana ha difeso l’influencer. «È stata ammirevole», ha voluto sottolineare il legale, «e deve essere un esempio per tutti. È stata rispettosa prima nei confronti dell’autorità garante e, poi, dell’autorità giudiziaria. Si è comportata con trasparenza e ha avuto giustizia».

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