La testimonianza.

Anna Maria Busia: «Credo sia un progetto bellissimo 

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L’avvocata Anna Maria Busia da alcuni anni difende Michele Caddeo. Conosce bene la sua storia giudiziaria. «Quando Michele mi ha detto che aveva intenzione di raccontare la sua storia in un libro, ero diffidente. Non immaginavo che potesse scrivere così bene. Credo che sia un progetto bellissimo, importante per lui, interessante per chi lo legge. Non giustifica le sue scelte e i suoi errori, non è un’apologia. Io lo sto aiutando, perché è un progetto di vita, in una condizione particolare, come la sua di detenzione non breve. È l’occasione per riconnettersi con il mondo al di fuori della cella».

Secondo Anna Maria Busia, «la volontà di scrivere è anche un modo per guardare dentro le carceri, buchi neri della nostra società. Una persona entra in un penitenziario e scompare, se non per i familiari che devono fare la fila per le visite. Siamo di fronte alla negazione dell’essere umano, al suo annullamento. Ci sono percorsi obbligati che non sono soltanto quelli legati alla organizzazione degli orari, ma riguardano soprattutto le relazioni. Il carcere è privazione senza costruzione di un’alternativa». Per tutto questo, avverte Anna Maria Busia, «c’è bisogno di lavoro, per chi sa già lavorare e può contribuire, per chi deve imparare un nuovo mestiere, per chi ha bisogno di costruire qualcosa che possa essere utile quando ritroverà la libertà. Il lavoro in carcere non deve essere un privilegio, deve essere una possibilità costante, certa, riabilitante». C’è un’altra emergenza che occorre fronteggiare: «Serve un maggior numero di operatori, psicologi, assistenti sociali, medici, infermieri, tossicologi, psichiatri». (ma.ra)

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