Cagliari

Anfiteatro e spettacoli, il sogno di una nuova vita 

Dopo l’appello di Fiorella Mannoia si riaccende il dibattito sull’arena chiusa dal 2011: «Una ferita aperta» 

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C’era una volta l’Anfiteatro romano di Cagliari. Una cartolina bellissima e un simbolo iconico di cultura e spettacolo, capace di radunare migliaia di persone attorno alla storia e all’arte in uno scenario unico nel Mediterraneo. Poi, dal 2011, il silenzio. Niente più musica, prosa, opera lirica o cinema all’aperto, ma soltanto una parziale apertura alle visite turistiche – limitata a una passerella di pochi metri affacciata sul monumento.

È l’ennesimo capitolo delle mille vite di un sito costruito nel II secolo dopo Cristo e rimasto sepolto sotto una fitta coltre di terra e sedimenti fino al XIX secolo, quando il canonico Giovanni Spano lo riportò alla luce. Un luogo restituito allo splendore ma segnato, nel corso dei decenni, da continue interruzioni e travagliati restauri.

Oggi, a quindici anni dalla chiusura definitiva seguita alla controversa inchiesta sulla cosiddetta “Legnaia” – l’imponente impalcatura in legno allestite nel 2000 per ospitare fino a cinquemila spettatori –, il monumento simbolo della città torna al centro del dibattito. A riaccendere i riflettori è l’appello di Fiorella Mannoia che, dal palco di Santa Margherita di Pula al termine del suo concerto di sabato, ha chiesto a gran voce la riapertura della struttura. «Cagliari e la Sardegna se lo meritano», ha scandito l’artista.

Il messaggio

La cantautrice romana si era esibita per l’ultima volta all’Anfiteatro nel 2003, un anno dopo lo storico concerto dei “magnifici quattro” che la vide protagonista accanto a Francesco De Gregori, Ron e Pino Daniele. A distanza di oltre vent’anni, Mannoia ha lanciato la sua provocazione dal microfono con la consueta schiettezza: «Riapritelo! Questa è una terra di resistenti e combattenti perché, diciamocelo, vi hanno proprio abbandonato». Un monito che ha riaperto una ferita mai del tutto rimarginata nella memoria collettiva dei sardi, specie dei cagliaritani.

L’Anfiteatro ha infatti segnato un’epoca d’oro per i grandi spettacoli nell’Isola. Basti ricordare il 1981, quando il festival folkloristico Sa Ferula richiamò ben centoventimila spettatori in quattro serate, gli anni dell’Opera lirica, del Festival Jazz o l’approdo del Festivalbar nel luglio del 2002, che trasformò Cagliari in una delle capitali della musica italiana per due serate trasmesse in tutto il Paese.

Gli artisti

Su quel palcoscenico incastonato nella roccia calcarea si sono alternati i più grandi nomi del panorama internazionale e italiano: da Michael Bublé a Sting, da Lucio Dalla a Franco Battiato, fino a Paolo Conte, José Carreras, Ligabue e Roberto Bolle. Una lista che potrebbe continuare all’infinito, altrettanto lunga però quella degli artisti che, una volta chiusa la struttura, hanno deciso di non esibirsi più nel capoluogo.

Tuttavia, l’equilibrio la tutela archeologica ed esigenze dei grandi eventi è sempre stato precario. Già nel 1978, durante uno dei momenti di stop dettati dalla Soprintendenza, la cronaca definiva l’Anfiteatro «il più prestigioso, ma anche il più trascurato, spazio culturale cittadino». Una definizione che, a distanza di quasi mezzo secolo, conserva ancora una sorprendente attualità.

E poi tante modifiche: nel settembre del 1981 ad esempio, la decisione di ruotare il palco, spostando il pubblico di spalle all’Orto Botanico, scatenò vivaci polemiche. Nel 2011 infine è arrivato lo stop del Tar con l’obbligo di rimuovere le tribune in legno e metallo volute dall’amministrazione Delogu per il Giubileo – operazione conclusa nel 2011. Il sindaco dell’epoca, Emilio Floris, si oppose a lungo allo smantellamento: «Servirebbe a qualcosa togliere le tribune e lasciare lo spazio vuoto e abbandonato?», dichiarava nel 2008. La risposta dei fatti, sfortunatamente, è sotto gli occhi di tutti: dalla chiusura dei cancelli, il capoluogo ha visto sfumare le principali tappe dei tour internazionali.

Il domani

Ora, però, un’ipotesi di svolta sembra all’orizzonte. Appena insediata l’Amministrazione comunale ha annunciato un progetto di riqualificazione da 4milioni di euro. La prima fase prevede l’estensione del percorso turistico, che renderà il sito visitabile fino all’ottanta per cento della sua cubatura. Successivamente, entro il 2029, si prevede il ritorno degli spettacoli dal vivo, seppur con una veste del tutto ridimensionata: la capienza sarà ridotta a un massimo di 1.500 posti e il palco verrà nuovamente ruotato per evitare di danneggiare i gradoni storici.

L’assessora alla Cultura, Maria Francesca Chiappe, ha voluto rispondere direttamente alle parole pronunciate dal palco di Pula: «Conosciamo bene il valore di questo spazio e abbiamo iniziato i lavori di pulizia e messa in sicurezza appena ci siamo insediati». E a Fiorella Mannoia dice: «Non abbiamo di certo abbandonato nessuno».

Eppure, tra chi quell’Anfiteatro lo ha fatto vivere per anni resta più di una perplessità. Massimo Palmas, direttore artistico di Jazz in Sardegna e tra gli organizzatori che più hanno legato il proprio nome alla stagione d’oro del monumento, parla di «una ferita mai risanata». Per Palmas la città «ha perso una risorsa immensa di cui ancora oggi non comprende fino in fondo il valore». Anche il nuovo progetto, aggiunge, rischia di essere poco sostenibile dal punto di vista economico: organizzare grandi eventi per una platea di appena 1500 spettatori potrebbe rivelarsi proibitivo. Palmas difende inoltre l’impianto strutturato nei primi anni Duemila, respingendo l'idea che le tribune avessero rovinato il sito. «Non ho mai creduto all’accusa che gli spalti danneggiassero le gradinate: un’opera d’ingegneria degna delle migliori riviste internazionali è stata rinominata con disprezzo “legnaia”». Nonostante l’«amarezza» per un passato che non tornerà, il direttore artistico guarda avanti con pragmatismo: «Qualsiasi cosa si farà, pur lontana dai fasti degli anni Duemila, mi troverà entusiasta. Sarà un palliativo, è vero, ma renderebbe di nuovo felice me e sicuramente l’intera città».

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