“M i sono divertito, lo rifarò”. Lamin Saidilly, 22 anni, ammette e promette: appena esco lo rifaccio, raccontano le cronache. Parlava di accoltellare il primo che gli capiterà a tiro, ripetendo così l’aggressione allo sconosciuto che faceva colazione in un bar a Milano: agghiacciante. Andrà curato perché sano non sembra, ma non chiudiamola qui perché questa è una delle tante scene da brivido che il Paese ogni giorno vive e che i più sfortunati concludono al Pronto soccorso se non peggio. Se questi ragazzi sentono la necessità o anche il piacere di portarsi dietro la “pattadese” e non il tagliaunghie, il pugno di ferro anziché il guanto di lana, è il caso di chiedersi perché e come mai. La “balentia” è il cane che abbaia alla luna in un quadro imbrunito dalla noia, impoverito dall’emarginazione di un presente senza futuro e vissuta da una società, chiusa e distratta, che ha attimi di risveglio solo quando le notizie segnalano le notti folli finite a botte e a coltellate per un selfie indegno. La scuola oltre il registro di classe ha mai aperto quello della vita? La famiglia c’era, ha chiesto aiuto? Cesare Pavese scriveva che noi uomini per farci coraggio diciamo sempre “ne ho viste di peggio”, quando dovremmo dire “il peggio verrà”. Non credo che siamo già al peggiore dei mondi possibili, ma stiamo facendo il possibile per farlo diventare tale.

© Riproduzione riservata