POLITICA

gli eclissati

Lorenzin, da pasionaria forzista a stampella Pd in nome dei vaccini

I big della politica, dello spettacolo e dello sport un tempo sulla cresta dell'onda oggi spariti dalla scena: che fine hanno fatto?
beatrice lorenzin (ansa)
Beatrice Lorenzin (Ansa)

"Le coppie gay non devono poter adottare bambini". E ancora: "Donne, fate figli prima che sia troppo tardi". "Rispettare i medici obiettori che rifiutano l'aborto". "No alla liberalizzazione delle droghe leggere".

Sembrano frasi degne del più integerrimo esponente conservatore, invece a pronunciarle è stato un ex ministro di non uno ma ben tre governi guidati da presidenti del Consiglio di centrosinistra.

È Beatrice Lorenzin, titolare del dicastero della Salute negli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni.

Un traguardo impensabile, per chi, come lei, ha trascorso anni e anni nella trincea moderata del centrodestra.

Ma tutto è possibile nell’Italia delle "porcate" elettorali, delle alleanze variabili, dei nazareni e dei contratti per il cambiamento.

A "Porta a Porta" (Ansa)
A "Porta a Porta" (Ansa)

Lorenzin. Ai più il suo nome evoca il decreto sull'obbligo vaccinale, che tanto ha fatto discutere sin dal momento della sua approvazione.

Ma mentre il dibattito vaccini sì-vaccini no continua (purtroppo) a riempire le pagine dei giornali, la sua madrina si è progressivamente eclissata dopo l’esperienza governativa. Che fine ha fatto?

Presto detto: fa la deputata semplice, dopo aver centrato (per il rotto della cuffia) l’elezione alla Camera il 4 marzo scorso, alla guida di Civica Popolare, quel che resta, non del giorno (cit.), ma del Nuovo Centrodestra, la pattuglia di dissidenti fuoriusciti dal Popolo della Libertà, capitanata da Angelino Alfano, altro eclissato illustre.

Con Angelino Alfano, dopo la scissione Ncd (Ansa)
Con Angelino Alfano, dopo la scissione Ncd (Ansa)

Era il 2013. Silvio Berlusconi era caduto e poi subito risorto, si fa per dire, prestando Forza Italia al ruolo di stampella del governo Letta.

In autunno, però, la crisi all’interno degli azzurri: chi vuole mollare il Pd, chi vuole continuare a garantirgli la maggioranza. E Beatrice, clamorosamente, decide di seguire i "traditori".

"Per tenersi la poltrona", attaccano i maligni. "Per continuare a esprimere le mie idee e i miei principi nel campo del centrodestra, ma non in questa Forza Italia", assicura lei.

Accanto a Paolo Gentiloni (Ansa)
Accanto a Paolo Gentiloni (Ansa)

Un addio, quello della Lorenzin a Berlusconi, che fino a pochi mesi prima i bookmakers avrebbero quotato come un divorzio di Sandra da Raimondo, buonanime.

Sì, perché Beatrice non fa nemmeno in tempo a prendere la Maturità Classica a Roma, dov’è nata, da padre esule istriano e madre toscana, che viene folgorata sulla via del Cavaliere.

Nel 2005, giovane pasionaria di Forza Italia (Ansa)
Nel 2005, giovane pasionaria di Forza Italia (Ansa)

Nel 1996, a 25 anni, entra nei movimento giovanile di Forza Italia, l’anno dopo viene eletta tra le file degli azzurri nel consiglio del XIII municipio di Roma, nel 1999 del movimento giovani diviene coordinatore regionale, e nel 2001 conquista uno scranno nell’assemblea del Campidoglio. Quindi guida la segreteria di Paolo Bonaiuti al ministero dell’Informazione e finalmente, nel 2008, sbarca in Parlamento.

Nel 2007 con Silvio Berlusconi (Ansa)
Nel 2007 con Silvio Berlusconi (Ansa)

Ma la sua fedeltà a B. la si vede, anche e soprattutto, nel corso della bufera seguita al caso Ruby, quando da vera pasionaria azzurra mette da parte le sue inclinazioni da Tea Party per difendere a spada tratta l’innocenza del Capo, parlando di "accanimento senza precedenti" se non addirittura di "persecuzione giudiziaria che dura dal 1994".

Durante un comizio del Pdl (Ansa)
Durante un comizio del Pdl (Ansa)

E "grata" al Cavaliere, si dirà anche al momento della sofferta separazione, quando sceglie di seguire Alfano & Co nella breve avventura del Nuovo Centrodestra.

Da ministro della Salute, oltre che per il decreto di cui sopra, finisce nei titoli per aver dato il via libera alla sperimentazione su Stamina (salvo poi ritirarlo e definire il metodo Vannoni "come andare dal mago"); per una prefazione, annunciata e poi ritirata, a un contestatissimo "Elogio dell’omeopatia"; per i proclami sull’abolizione dei ticket.

Al Fertility Day (Ansa)
Al Fertility Day (Ansa)

E ancora, per la campagna a favore della Fertilità (con la F rigorosamente maiuscola), incentrata sul principio che la donna non è davvero donna se non mette al mondo figli. Roba che neanche nel Ventennio.

Renzi, allora premier, la definisce "inguardabile" e in molti ne invocano addirittura le dimissioni.

Preso atto della clamorosa gaffe, lei smorza ("Contano i fatti"), ma fa marcia indietro, scaricando la colpa sui "creativi" e annunciando una “rimodulazione” del messaggio.

Si fa anche il suo giro in Sardegna, per incontrare le mamme in rivolta per la chiusura del Punto Nascite di La Maddalena e per presenziare al congresso dei medici di famiglia.

Con Valeria Fedeli alla Camera (Ansa)
Con Valeria Fedeli alla Camera (Ansa)

Poi arriva il decreto sulle vaccinazioni obbligatorie, il punto più alto della sua carriera politica.

Un provvedimento sacrosanto, elaborato sotto i dettami della comunità scientifica nazionale e internazionale, su cui lei mette firma, anima e faccia.

Tanto basta, però, per farla diventare una sorta di strega cattiva agli occhi dell’opposizione grillina e dei militanti No Vax.

Addirittura, il pentastellato Carlo Sibilia la definisce una "folle" che ha scritto il decreto dietro pagamento ("in Rolex") non si sa bene da parte chi. E gli altri big del M5S promettono ostruzionismo e di cancellare tutto giunti al governo.

Lei, nella bufera, resiste. Porta Sibilia in tribunale e a casa il risultato, fiore all’occhiello del suo mandato.

Soddisfazione nella soddisfazione, il constatare che quello grillino era solo molto rumore per nulla: il governo Conte, infatti, non tocca il decreto, rimandando la questione a data da destinarsi e liquidando il tutto a colpi di autocertificazioni.

Ma la battaglia Pro-Vax che le dà visibilità assoluta per mesi è solo una parentesi rosa.

Arrivano infatti le nuove elezioni. Per Beatrice è il tempo delle scelte.

Il compagno Alfano decide, come detto, di eclissarsi e il fuoco di paglia del Nuovo Centrodestra si spegne definitivamente.

Panico. Che fare?

Impossibile tornare con gli ex amici forzisti, ma pure passare ufficialmente al Pd sarebbe un salto della quaglia mica da ridere.

Idea! Fondare un nuovo partito, E così nasce Civica Popolare, scatolone dove s’infilano i reduci del Ncd, Alternativa Popolare, Centristi per l’Europa, Unione per il Trentino e pure i cocci dell’Italia dei Valori fondata da Di Pietro.

Neanche il tempo di presentarla ed è già polemica. A innescarla, il simbolo prescelto a sovrastare il nome della leader: un originalissimo "fiore petaloso" (ipsa dixit) simile, molto simile, alla Margherita dei popolari (citofonare Rutelli), ma che in realtà - spiega lei - è solo una peonia adagiata su un improbabile sfondo rosa fucsia.

Alla presentazione del simbolo "petaloso" di Civica Popolare (Ansa)
Alla presentazione del simbolo "petaloso" di Civica Popolare (Ansa)

Rientrato il polverone, CP si presenta agli elettori in appoggio al Partito Democratico.

Si punta al 3,5%, ma finisce in prefisso telefonico. 0,5 alla Camera, 0,5 al Senato.

I meccanismi del Rosatellum, però, pagano e passano in tre: Beatrice e Gabriele Toccafondi alla Camera, l’inaffondabile Pier Ferdinando Casini al Senato. Sospiro di sollievo.

E così oggi, dal suo scranno di Montecitorio, l’ex ministro può sperimentare l’opposizione, senza se e senza ma, al governo giallo-verde. Nel limbo del gruppo misto, a ruoli ribaltati, in attesa di nuovi fasti.

Certo, i titoli sui giornali non sono frequenti come un tempo, eppure la missione è chiara. L’ha enunciata lei stessa. "Abbiamo vaccinato gli italiani, ma credo che l'Italia abbia bisogno di un vaccino contro l'incapacità e i populismi e gli estremismi”.

I vaccini. Ancora loro. Sempre loro. Croce e delizia di Beatrice, sempre sospesa al centro, tra destra e sinistra.

È il caro e vecchio trasformismo. Tradizione tutta italiana a cui nessuno, finora, ha mai trovato vaccinazione.

Luigi Barnaba Frigoli

(Unioneonline)

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