OPINIONI - CARLO FIGARI

Carlo Figari
L'analisi

La Nato dopo Trump

L 'America volta pagina, ma i quattro anni di Trump hanno lasciato il segno anche nei rapporti con l'Europa, divisa tra chi lo ha incensato (vedi il britannico Johnson e i presidenti illiberali dell'Est) e chi lo ha criticato come la Merkel e Macron. Noi italiani, a parte i fan populisti, in realtà non ci siamo messi troppi problemi perché, per tradizione politica e atlantista, Roma è sempre andata d'accordo con qualsiasi presidente risiedesse alla Casa Bianca. Ora per l'Unione europea si tratta di ricucire gli strappi e riprendere i dossier aperti sulla Nato e sul clima che Trump aveva sospeso.

P er Bruxelles l'uscita di scena Trump significa gettare alle spalle gli anni traumatici di un presidente ostile all'Unione europea e ricominciare un dialogo interrotto. Lo sa bene il neo presidente Biden, non ancora proclamato ma già al lavoro, alle prese con l'emergenza Covid-19 che in Usa ha superato i 250 mila morti. Nei giorni scorsi ha incassato le congratulazioni dei maggiori leader europei e anche di Conte. È dunque scontato che dovrà riprendere quanto prima i temi della politica estera con gli alleati della Nato.

Il ritiro delle truppe dall'Iraq e soprattutto dall'Afghanistan annunciato da Trump ha segnato una svolta per tutti i Paesi impegnati in quelle guerre lontane per combattere il terrorismo.

Le missioni di pace a cui anche l'Italia è stata chiamata a partecipare con i suoi contingenti sotto l'egida dell'Onu e della Nato, si sono rette in gran parte sullo sforzo bellico degli Usa, che hanno guidato le truppe alleate esponendosi con uomini e mezzi in modo massiccio.

La loro uscita determinerà praticamente la fine di queste missioni, a cominciare dall'Italia che sugli americani ha sempre potuto contare per il “lavoro sporco”. I nostri soldati, ottimi specialisti e operatori di pace, il compito di istruttori, di costruire ponti, ospedali e scuole, sorvegliare zone a rischio, cucire le relazioni con i clan tribali. Su questo non ci batte nessuno e questo abbiamo fatto ottenendo lusinghieri risultati e plausi unanimi. Abbiamo avuto i nostri caduti, vittime di imboscate e attentati come la strage di Nassirya ricordata nei giorni scorsi, ma ci siamo risparmiati i combattimenti su campo aperto, demandando agli americani il ruolo prettamente offensivo (tra l'altro a noi vietato dalla Costituzione).

Inoltre, e qui Trump non ha torto, nel bilancio delle missioni agli Usa toccano le spese maggiori. Di certo Biden su questo punto non tornerà indietro e se da una parte riporterà gli americani alla guida della Nato, è prevedibile che dall'altra chiederà un maggiore impegno degli alleati, pari al famoso due per cento del Pil di ciascun Paese per le spese della Difesa.

Il futuro delle missioni in Afghanistan e Iraq, ma anche in altri teatri di guerra, è dunque legato alle prossime mosse dell'amministrazione Biden. L'Italia, per voce del ministro Lorenzo Guerini, ha appena rassicurato il segretario generale della Nato, Stoltenberg, che attualmente «continuerà a fare la sua parte». Ma ha aggiunto che poi si deciderà insieme agli alleati se e come proseguire. La partita è aperta e tutto, si capisce, dipenderà dalle posizioni di Washington.

La Nato non è affatto morta come organismo di alleanza, anzi. Era stata istituita nell'epoca della guerra fredda contro le mire espansioniste di Mosca. Il pericolo di un'avanzata dell'Armata Rossa da est non esiste più, ma Putin è sempre più attivo per avere un peso nel Mediterraneo orientale e nelle aree calde del Caucaso. Non a caso 2000 soldati russi si sono schierati per garantire la labile pace tra armeni e azeri nel Nagorno-Karabakh. Così in Siria come in Libia.

Pertanto, se l'Europa e con essa l'Italia vorrà salvaguardare il legame con gli Stati Uniti e insieme difendere le proprie priorità, dovrà darsi una collocazione strategica chiara in termini di impegni economici e di forze. Il dopo Trump sarà più agevole, ma non scontato.

CARLO FIGARI

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