La vertenza Bekaert di Macchiareddu entra nella sua fase più delicata. Il 29 aprile rappresenta l’ultima chiamata per il tavolo tecnico presso il Ministero delle Imprese. Un incontro, inizialmente previsto per marzo e poi slittato, che dovrà sciogliere il nodo di una crisi industriale paradossale: un sito produttivo che, nonostante l’annuncio di smobilizzo, mantiene ancora una capacità produttiva vicina al 35%. Eppure, la multinazionale belga ha deciso di smantellarlo per spostare il baricentro degli investimenti verso la Romania e l’Asia.
Il “no” ai competitor
Il punto di rottura, denunciato con forza dai segretari di Fiom, Fsm e Uilm (Mereu, Angioni e Andreatta), non è solo la volontà di Bekaert di abbandonare l’Isola, ma la pretesa di dettare le condizioni del futuro. L’azienda starebbe infatti ponendo veti sull’ingresso di nuovi player attivi nel medesimo settore - le corde metalliche per pneumatici - per evitare di alimentare la concorrenza globale. Un atteggiamento «inaccettabile» per i sindacati e le istituzioni regionali: «Non può essere chi scappa a decidere chi può insediarsi al suo posto», ribadisce l’assessore all’Industria Emanuele Cani, che ha chiesto al Governo di considerare la vicenda una questione di interesse nazionale.
Il “dimagrimento”
Mentre l’advisor Sernet SpA prosegue uno scouting che finora ha prodotto 269 contatti (di cui 3 “stretti”) ma nessuna offerta vincolante, la multinazionale ha avviato una strategia di “alleggerimento” della pianta organica. L’obiettivo è scendere sotto le 150 unità rispetto alle 237 iniziali. A oggi, circa 50 lavoratori hanno già sottoscritto l’accordo per l’esodo volontario incentivato, accedendo a un pacchetto economico aziendale e alla Naspi. Una scelta che, se da un lato offre un paracadute immediato, dall’altro certifica l’erosione del know-how costruito in quindici anni. Per chi resta (180 dipendenti più 50 dell’indotto) l’ombra del licenziamento collettivo si fa sempre più nitida: Bekaert ha garantito il proprio impegno solo fino a settembre.
La politica
La Regione ha già messo sul piatto un pacchetto di agevolazioni su costi energetici e trasporti per rendere appetibile il sito, ma la chiusura della società belga verso i grandi gruppi (in particolare quelli cinesi, finora esclusi dal radar) blocca ogni reale prospettiva di rilancio. E il futuro per 180 famiglie di operai è incerto: il 29 aprile si capirà se la politica avrà la forza di imporre una soluzione industriale o se Assemini dovrà rassegnarsi a perdere un’altra fabbrica.
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