Iran.

«Ucciso in cella», giallo sull’attivista 

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Teheran. A dieci giorni dal suo arresto, il destino di Erfan Soltani continua a preoccupare. Perché le notizie su questo giovane, diventato simbolo delle proteste contro il regime, sono poche e incerte, vista anche la spessa coltre di opacità sulla situazione nel Paese innalzata dalle autorità con il blocco del web. Intanto Teheran è tornata a tuonare contro Washington, all’indomani di un botta e risposta di fuoco tra Ali Khamenei e Donald Trump. «Un attacco alla Guida suprema equivale a una guerra totale contro il popolo iraniano», ha avvertito il presidente Masoud Pezeshkian dopo che il tycoon aveva definito l’ayatollah «un uomo malato» ed evocato la necessità di «una nuova leadership in Iran».

Nelle scorse ore segnali contradditori sono arrivati sulla sorte di Erfan, arrestato l’8 gennaio a Karaj, ad ovest di Teheran. Per lui era stata inizialmente annunciata la condanna a morte, poi ritrattata dalle autorità iraniane, tanto che lo stesso Trump aveva «ringraziato» il regime per aver fermato le esecuzioni dei manifestanti arrestati. Ma a riaccendere la preoccupazione era stata la notizia che fosse stato «brutalmente ucciso sotto la custodia della Repubblica Islamica», forse in seguito a un pestaggio in carcere, diffusa da ambienti dell’opposizione iraniana e rilanciata anche dall’account ufficiale su X in farsi del ministero degli Esteri israeliano. Poco dopo è arrivata la smentita: «Erfan è vivo e ha potuto incontrare la sua famiglia», ha fatto sapere l’ong Hengaw citando Somayeh Malekian, una donna che in un video inviato dall’estero dice di essere una sua parente. Il ministero israeliano ha quindi cancellato il post sul conto di Erfan. Resta tuttavia l’ansia per il 26enne ancora in carcere per aver protestato in piazza, mentre secondo un funzionario iraniano, citato dalla Reuters, è di almeno cinquemila persone uccise, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, il bilancio delle manifestazioni degli ultimi giorni. La magistratura continua a promettere il pugno duro contro chi ha appoggiato le proteste. «Gli arresti proseguiranno», ha detto il portavoce Asghar Jahangir, aggiungendo che alcuni atti sono configurabili come reato di «guerra contro Dio», punibile con la pena di morte. Tuttavia sembrano arrivare anche indicazioni di una calma apparente: oltre al graduale ripristino di alcune funzionalità di Internet, chiuse da una settimana, e delle università.

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