La crisi

Groenlandia, l’Ue pensa al bazooka 

Macron spinge per le sanzioni da 93 miliardi contro le minacce di Trump 

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Bruxelles. L’Europa è sotto shock. Donald Trump ha scelto il giorno della firma dell’accordo di libero scambio Ue-Mercosur per il suo affondo contro alcuni dei suoi principali alleati, colpevoli di aver alzato troppo la cresta sulla Groenlandia. Gli otto Paesi nel mirino - Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Regno Unito, gli ultimi due extra Ue ma membri Nato - hanno emesso una dichiarazione congiunta in cui assicurano di voler rispondere «in modo unito e coordinato» per «difendere» la propria «sovranità». Che parole del genere debbano essere dirette agli Usa è stupefacente.

S&D spinge, Ecr frena

Il presidente francese Emmanuel Macron, stando ai suoi consiglieri, intende chiedere «l’attivazione dello strumento anti-coercizione». Ovvero l’opzione economica “nucleare”, mai usata contro nessuna nazione. Secondo il Financial Times gli europei starebbero valutando contromisure per 93 miliardi di dollari. Già questo dettaglio fa capire quanto si stia navigando in acque inesplorate. A livello europeo sono in corso «contatti costanti» sia tra i leader che tra gli sherpa e gli ambasciatori presso l’Ue, come tra il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, e altri capi di Stato e di governo. In gioco c’è la credibilità dell’Europa ma trovare una quadra non sarà facile: ci sono sensibilità molto diverse tra i 27 come tra le famiglie politiche europee. I moderati del Ppe ventilano l’ipotesi di sospendere l’accordo Usa-Ue sui dazi, raggiunto la scorsa estate, ma per ora tace sul bazooka economico. I socialisti di S&D e i liberali di Renew, invece, puntano sia allo stop dell’intesa che all’attivazione dello scudo. La destra di Ecr, il gruppo che include Fratelli d’Italia, frena su entrambi.

Rutte il mediatore

La leader di Renew Europe, Valérie Hayer, ha scritto a Costa e alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen chiedendo di passare dalla «dipendenza alla deterrenza». «L’anti-coercizione è la nostra arma nucleare economica - ha spiegato - Ci consente una ritorsione immediata: dazi punitivi, divieti di accesso al mercato, sanzioni finanziarie, sospensione dei brevetti e delle licenze statunitensi, senza l’Onu o l’Omc: gli Stati Uniti esportano oltre 500 miliardi di dollari all’anno verso l’Ue, siamo il loro mercato più grande. Trump dovrebbe pensarci due volte, non abbiamo paura di usare la deterrenza per la nostra difesa». Trovare il consenso necessario per una misura tanto radicale, però, non sarà una passeggiata. Se Giorgia Meloni dopo aver parlato con Trump parla di «incomprensioni» fra gli Usa e gli alleati europei, scende in campo per mediare anche il segretario della Nato, Mark Rutte, che ha anche lui parlato con l’inquilino della Casa Bianca «sulla situazione della sicurezza in Groenlandia e nell’Artico». «Continueremo a lavorare su questo tema - ha sottolineato - e non vedo l’ora di incontrarlo a Davos alla fine di questa settimana».

Il fronte del Nord

Insomma, i due principali pontieri europei (entrambi, per ragioni diverse, additati come «incantatori» del tycoon) sono impegnati nella mediazione. La sensazione però è che ad ogni bordata la ricomposizione diventi sempre più complessa. «Le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano d’innescare una pericolosa spirale discendente», hanno avvertito gli otto. L’ordine mondiale «come lo conosciamo» e il «futuro» della Nato sono in gioco, ha tuonato il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen da Oslo, da dove è partito un tour d’emergenza che lo porterà anche in Svezia e Gran Bretagna. «Non ho dubbi - ha rincarato - che ci sia un forte sostegno europeo e che sia di natura generosa».

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