Il quartiere.

Stampace tra devozione e movida 

Gli abitanti: «Prima tutti parlavano “casteddaio”, abbiamo perso le tradizioni» 

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«Sa spranna ti pighiri!!!». Era una delle espressioni che le madri di Stampace urlavano dai balconi ai figli che giocavano in strada per richiamarli all’ordine. Bastava una voce per far tornare i bambini a casa. Le porte e le finestre erano sempre aperte e le donne conversavano da un balcone all’altro. Stampace, uno dei quattro quartieri storici di Cagliari ha conservato a lungo un’identità popolare legata alle botteghe, alle chiese e alle tradizioni. È il quartiere di Sant’Efisio, della festa del Primo maggio, dell’Orto Botanico e dell’Anfiteatro, di Sant’Anna, del cinema Greenwich e del negozio di cappelli di via Sassari, della scuola Satta e dell’Ospedale Civile, delle strade strette e delle case addossate le une alle altre: per generazioni, un paesino dentro la città di Cagliari.

Lo scenario

Oggi quella fisionomia appare diversa, se non quasi del tutto cancellata. Anna Lucia Aledda, insegnante di ballo sardo, che abita a Stampace dal 1968, ricorda: «Le donne chiacchieravano da un balcone all’altro e ogni tanto lanciavano qualche grido ai figli». E continua: «I giochi erano le biglie, i tappi, i palloni fatti con stracci o con la carta dei sacchi di cemento. Oggi i bambini son pochi. Le uniche famiglie con tanti figli sono quelle bengalesi. Sento loro, ogni tanto, giocare per strada». Ma non sono soltanto i bambini a essere scomparsi, ma anche diverse espressioni della lingua cagliaritana. «Prima tutti parlavano in cagliaritano. Io sono di Villasalto e certe espressioni mi facevano sorridere».

Multiculturalità

Oggi le strade di Stampace sono popolate da altre lingue: «Sento parlare inglese, tedesco, spagnolo», aggiunge Aledda. La trasformazione non sembra essere soltanto demografica e linguistica. Salvatore Mazzaglia, sacrista maggiore dell’Arciconfraternita di Sant’Efisio, pur vivendo a Castello conosce bene il quartiere. Ricorda quando molti confratelli abitavano a Stampace: «Oggi si sono trasferiti altrove», racconta. Ma non interpreta il cambiamento soltanto in maniera negativa: «Il progresso ha trasformato tante cose, alcune nel bene e altre nel male. Ci sono due facce della stessa medaglia». E una di queste riguarda forse proprio le abitazioni. Claudia, nata e cresciuta a Stampace, osserva una trasformazione comune a molti centri storici: «Un tempo le case venivano ereditate dai figli, dai nipoti. Oggi anche qui sono quasi tutte b&b. Stampace, Marina e Castello erano come dei paesini». Claudia racconta inoltre, preoccupata, di ragazzini giovanissimi «di 13 o 14 anni» che già dal tardo pomeriggio bevono, saltano sulle automobili e danneggiano le piante.

Le anime

Ma c’è dell’altro. Anche alcune consuetudini che davano vitalità a Stampace e alla città, come la Gioc, Gioventù Italiana Operaia Cattolica, e l’iconica Ratantina, che un tempo attraversava le strade della città e faceva affacciare gli abitanti dai balconi al passaggio della banda. «Ora il Carnevale quasi non esiste più a Cagliari», conclude Claudia. Il cambiamento riguarda anche il commercio. Burkhard von Prondzynski, proprietario da 25 anni di un negozio di giocattoli nel Corso Vittorio Emanuele, ricorda quando i clienti erano soprattutto i bambini del quartiere. Oggi, soprattutto in estate, sono i turisti: «Il problema dei parcheggi sicuramente non aiuta», sostiene. In definitiva, anche a Stampace, come alla Marina e a Villanova, una certa idea di modernità sembra avanzare a discapito della cultura e della tradizione. Ma nel lungo periodo, se i quartieri storici perderanno progressivamente le proprie peculiarità, che cosa resterà ai turisti da fotografare?

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