Rispettare gli impegni con la Nato e far quadrare i conti del proprio bilancio. È il dilemma che si trovano a dover affrontare i 31 Stati alleati, con il fiato sul collo degli Usa e il timore di dover subire una reprimenda dal presidente Donald Trump al vertice di Ankara. Proprio durante i lavori del summit la Nato dovrebbe pubblicare i nuovi dati sulle spese per la difesa. Lì di fatto si vedrà chi veramente ha impresso la svolta invocata dal nuovo corso alla Casa Bianca. Per il Segretario della Nato Mark Rutte si tratta di riequilibrare una relazione iniqua con Washington, ma per gli Stati membri della Nato, soprattutto quelli con i conti pubblici in difficoltà e dove l’opinione pubblica è meno sensibile alla difesa e al conflitto ucraino, è un compito non da poco. Se già in molti facevano fatica ad arrivare all'obiettivo del 2% fissato nel 2014, figurarsi ora con i nuovi target decisi al vertice dello scorso anno: un 5% totale articolato in 3,5% per la difesa “core” e 1,5% per investimenti collegati alla sicurezza (cyber, infrastrutture, mobilità militare, ecc.). Traguardi che andrebbero raggiunti in un decennio ma su cui Trump vorrebbe vedere subito uno sprint. Il leader dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha rivendicato un aumento del 20% delle spese per la difesa in un anno da parte gli Alleati europei e dal Canada, definendolo «un cambio di passo storico verso una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell'Europa. Rutte ha espressamente citato l’Italia, la Spagna, il Belgio e il Canada: «Se guardiamo all'anno scorso, hanno tutti raggiunto il 2%. Certo, è stato per via della Russia e dell’Ucraina, ma forse c’era anche una piccola parte del “fattore Trump”, e io lo lodo per questo», ha rimarcato.
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