Il racconto.

«Passiamo anche intere nottate fermi in corridoio col paziente» 

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Un grido d’aiuto, una richiesta di soccorso da chi il soccorso lo vive ogni giorno. A parlare è Gioele Pitzanti, operatore del 118 dal 2009, dipendente di un’associazione di volontariato con le ambulanze, che denuncia condizioni di lavoro insostenibili, tra disagi e lunghe attese.

«Passiamo ore, pomeriggi, intere nottate, bloccati in un corridoio con il paziente. Restiamo lì a dare quel poco supporto che possiamo, a discutere ogni tanto perché venga garantita l'igiene minima a chi non è autonomo nell'andare in bagno, e a cercare un posticino dove poterci sedere. Spesso però ci ritroviamo ammassati in corridoi di passaggio, aree filtro tra la camera calda e il reparto, dove il climatizzatore non funziona e lo spazio è così stretto che, se siamo bravi, incastriamo le barelle e noi restiamo in piedi, per ore». Pitzanti racconta per esempio della situazione al Pronto soccorso dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, «insostenibile e invariata da anni».

La “sala barelle”, dove i soccorritori, arrivati in ambulanza, insieme con pazienti, attendono di poter entrare.«Non è un luogo idoneo per noi operatori e lo è ancora meno per chi sta male. Lo spazio è talmente ridotto che fatica a contenere anche solo quattro barelle; di conseguenza, i mezzi che arrivano successivamente sono spesso costretti ad attendere all'esterno, con i pazienti bloccati a bordo. All'interno l'aria è irrespirabile. Noi soccorritori ci siamo dovuti persino organizzare portandoci degli sgabelli da casa per avere un punto d'appoggio».

E poi ci sono le attese: «Oggi sono qui dalle 7.30 di stamattina e ora sono le 19, il mio turno è finito e attendo l'arrivo dei colleghi, che continueranno a controllare il paziente che sta sulla nostra barella da quasi 12 ore», è il racconto di Pitzanti pochi giorni fa.

Prosegue: «Ormai si tende a diagnosticare tutto al telefono, inviando in Pronto soccorso pazienti che potrebbero benissimo essere trattati a casa. È successo pochi giorni fa: una donna con diagnosi di labirintite già nota, che accusava vertigini e cefalea, si è sentita rispondere dal suo medico di chiamare il 118, poteva essere un ictus».

La situazione nei Pronto soccorso poi è da crisi di nervi: «Ci sentiamo dire che non ci restituiscono la nostra barella perché “altrimenti tornereste con altri pazienti”. «Un’ambulanza ferma non potrà rispondere ad un’altra emergenza, non possiamo più accettare che il diritto alla salute venga calpestato da una medicina territoriale che ha smesso di visitare e da una gestione ospedaliera che si difende chiudendo le porte ai soccorsi», è il grido d’allarme.

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