L’allarme.

Nomine e liste d’attesa, la sanità a rischio frodi e abusi  

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Falsi certificati, irregolarità nelle liste d’attesa, appalti poco trasparenti per l’acquisto di apparecchiature: l’ammontare delle perdite dovute a frodi e corruzione in sanità «è dell’ordine di miliardi». Non si tratta solo di grandi scandali, ma anche di «una vasta area di pratiche diffuse e spesso tollerate che finiscono per sottrarre risorse pubbliche e compromettere l'equità delle cure».

L’’allarme arriva dal report dell’Osservatorio Gimbe “Frodi e abusi in sanità”, presentato insieme all'Autorità nazionale anticorruzione. La sanità è tra i settori più vulnerabili proprio per l’enorme volume di spesa legato agli acquisti. Anac stima che nel 2023 il 25% del valore complessivo dei contratti pubblici abbia riguardato farmaci, dispositivi medici e servizi come mense o pulizie negli ospedali, per un totale di 70,5 miliardi.

Già nel Piano nazionale anticorruzione del 2016 l'Autorithy aveva individuato nella sanità uno dei settori a più alto rischio. Successivamente, con le linee guida del 2017 sui codici di comportamento nel Servizio sanitario nazionale, ha fissato indicazioni per prevenire conflitti di interesse, regolare rapporti con le case farmaceutiche e rafforzare imparzialità e trasparenza. «Ridurre il problema alla sola dimensione penale significa sottostimarlo», osserva il presidente del Gimbe Nino Cartabellotta, «perché c'è anche una vasta area grigia di pratiche diffuse fatta di malagestione e inefficienze».

Il report individua 65 diverse tipologie, inclusi favoritismi nelle nomine e nelle assunzioni. Ma elaborare stime sull’impatto economico resta complesso. Una delle criticità segnalate è l'esternalizzazione del personale sanitario, con il ricorso ai cosiddetti “gettonisti”. «Una pratica che - secondo il presidente Giuseppe Busia - ha aumentato i costi e indebolito la qualità dei servizi».

Il rapporto richiama anche l'attenzione sulla gestione delle liste d'attesa e della libera professione: «Quando un intervento o una visita viene spostata, non per necessità clinica, ma per relazioni personali», avverte il presidente Gimbe, «si altera il principio di equità. Gli effetti possono tradursi in ritardi nelle cure e riduzione della qualità dell'assistenza. E ricadono soprattutto sulle fasce più fragili della popolazione.

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