Dopo la condanna definitiva all’ergastolo, arrivano i guai finanziari. E sono guai che passano per un conto corrente quasi vuoto, per 2.600 euro frutto di lavoro svolto in carcere, e per un nome: quello di Paola Piras, 57 anni, destinataria di quella piccola somma, madre di Mirko Farci, il ventenne ucciso a Tortolì l’11 maggio 2021. È l’ultimo capitolo della vicenda giudiziaria di Shahid Masih (34). Una storia che, archiviato il processo penale, si sposta ora sul terreno più freddo e tecnico del recupero del credito, ma che racconta molto di come funziona, in Italia, la tutela per le vittime di violenza.
La novità
Quei 2.600 euro non sono stati trovati per caso. Prima di arrivare al pignoramento, c’è stato un lavoro certosino, quasi investigativo, da parte del legale di parte civile, Marcello Caddori. Banche dati Inps scandagliate. Archivi Inail passati al setaccio. Ricerche incrociate per capire se, a nome di Masih, ex carrozziere pakistano che di Paola Piras era stato per un periodo compagno di vita, esistesse una posizione lavorativa, una prestazione, un emolumento, una qualsiasi fonte di reddito aggredibile. Un atto dovuto, ma tutt’altro che formale. Perché senza quel passaggio, ossia la prova dell’infruttuoso tentativo di recupero diretto sul patrimonio del condannato, non si può bussare alla porta dello Stato. E la porta è quella del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti nonché agli orfani per crimini domestici. Il Fondo previsto da una legge del 2016 e ampliato da un altro testo del 2018 proprio per le vittime di femminicidio e violenza di genere. In sostanza, funziona così: lo Stato anticipa alla vittima il risarcimento che il condannato non è in grado di pagare, poi sarà lo Stato a rivalersi su di lui. Ma per accedervi, la vittima deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per ottenere quel risarcimento da sola. Compreso cercare quel poco che c’è.
La vicenda
In questo caso, quel poco erano 2.600 euro. Emolumenti, così li definiscono gli atti, riconducibili a lavori svolti da Shahid Masih durante la detenzione nel penitenziario di Uta, dove è rinchiuso sin dai giorni successivi all’omicidio commesso nell’appartamento al civico 46 di via Monsignor Virgilio. Lavori interni al carcere, pagati pochi euro l’ora, accumulati nel tempo. Soldi che, con decreto di pignoramento, sono stati ora destinati a Paola Piras, che era stata ferita con diciassette coltellate. Il 12 marzo 2025, la Cassazione ha confermato la condanna alla pena massima. Masih era stato condannato dalla Corte d’Assise di Cagliari il 15 febbraio 2023 e poi in appello il 3 maggio 2024, sempre con lo stesso verdetto: ergastolo. Il caso di Mirko Farci aveva indignato in tutta Italia per la ferocia con cui il killer aveva inveito sul ventenne che, in quella drammatica alba dell’11 maggio di cinque anni fa, tentava di difendere la madre.
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