Stati Uniti

Midterm: i Dem allungano, le incognite del dopo 

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Washington. Elezioni di metà mandato, i democratici allungano il passo e raggiungono un vantaggio di sette punti sui repubblicani: il 52% degli elettori vorrebbe il loro partito alla guida del Congresso, contro il 45% favorevole ai conservatori. Donald Trump, che ha trasformato le Midterm in un referendum sul proprio operato, non rinuncia alla battaglia e, dopo una festa di Halloween a Mar-a-Lago, vola in Iowa e Kansas per gli ultimi comizi, cercando di mobilitare l'elettorato Maga. «Sono le più importanti della storia americana», ripete. Ma il carovita, la contrarietà alla guerra in Iran e le preoccupazioni per l'intelligenza artificiale e i data center stanno erodendo il consenso del presidente anche nella sua base. «Se vincono loro, sarò Mr Veto», ha minacciato, prospettando un'opposizione sistematica alle iniziative del Congresso.

I casi Alaska e Michigan

La possibile vittoria democratica, soprattutto al Senato, resta tuttavia incerta a causa dello scandalo dell'omonimia in Alaska e della spaccatura interna in Michigan. In Alaska un giudice ha respinto il ricorso preventivo dell'amministrazione Trump contro la certificazione dei risultati elettorali nel caso di sconfitta del candidato repubblicano, nonostante il presidente continui a evocare brogli. In Michigan, invece, la deputata democratica Haley Stevens, sconfitta alle primarie dal candidato al Senato Abdul El-Sayed, ha annunciato il proprio sostegno al rivale repubblicano Mike Rogers. Una decisione che potrebbe compromettere le possibilità di El-Sayed, già bersaglio degli attacchi di Trump per la sua fede musulmana, e indebolire le ambizioni democratiche di conquistare il Senato. Il presidente ha salutato la scelta come una «grande notizia», elogiando il «coraggio» della deputata. El-Sayed ha invece liquidato la polemica, dichiarando di voler parlare di programmi per il Michigan. L'intero staff di Stevens si è dimesso dopo aver appreso che la deputata non aveva condiviso la decisione.

Contromosse allo studio

Preoccupa la reazione del presidente a una sconfitta pesante. Il precedente dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 alimenta timori di nuove contestazioni violente o di tentativi di delegittimare il risultato. Trump potrebbe tentare di bloccare la certificazione dei risultati da parte degli Stati, denunciando brogli e interferenze straniere e aprendo una crisi costituzionale, oppure valutare un attacco all'Iran il giorno successivo al voto per distogliere l'attenzione dal risultato. Secondo Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News ed ex alleato di Trump, dal quale si è allontanato per divergenze sulla guerra, il premier israeliano Benjamin Netanyahu starebbe spingendo il presidente americano a utilizzare un'arma nucleare americana anti-bunker contro il monte Pickaxe, nell'Iran centrale, dove secondo l'intelligence israeliana sarebbe ripreso l'arricchimento dell'uranio: le armi convenzionali non sarebbero in grado di penetrare i circa 90 metri di granito che proteggerebbero i tunnel. Carlson prospetta conseguenze catastrofiche: un'esplosione nucleare al suolo contaminerebbe il Golfo Persico, mettendo a rischio le riserve idriche di circa 100 milioni di persone. Ma soprattutto, sostiene, l'impiego di un'arma atomica da parte degli Stati Uniti creerebbe un precedente pericoloso, aprendo la strada a un'escalation internazionale. Russia, Pakistan, India e Corea del Nord potrebbero sentirsi autorizzati a ricorrere a loro volta all'arma nucleare. «Dopo il primo attacco nucleare, la Terza guerra mondiale diventerebbe inevitabile», avverte, descrivendo uno scenario di conflitto «breve e definitivo».

«L’Iran? Non ho fretta»

Trump ha cercato di ridimensionare le ipotesi di una ripresa imminente delle ostilità. In un'intervista telefonica ad Axios ha dichiarato di «non avere alcuna fretta» di decidere se tornare ad attaccare l'Iran: «In un modo o nell'altro faremo qualcosa ma non c'è fretta». Ha sostenuto che Teheran sarebbe ormai «in ginocchio dal punto di vista finanziario», senza denaro né benzina e con una popolazione sempre più insofferente. Interpellato nuovamente dopo il suo ultimo discorso al Lincoln Memorial, alla vigilia del voto, ha però risposto con un secco «no» alla domanda se gli Stati Uniti riprenderanno gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni.

Petrolio in ribasso

Le dichiarazioni hanno rasserenato i mercati petroliferi, con Wti e Brent in calo fino al 6,7%. Teheran subordina però la riapertura dello Stretto a un cessate il fuoco regionale, allo sblocco dei beni iraniani all'estero, alla revoca delle sanzioni petrolifere e alla fine del blocco navale americano. Solo dopo si discuterebbe del nucleare. Cina e Russia hanno intanto sollecitato una soluzione diplomatica, esprimendo contrarietà a una ripresa delle operazioni militari.

Hormuz, Teheran accelera

Teheran, intanto, con una mossa a sorpresa, accelera i tempi per la riapertura dello Stretto di Hormuz, dichiarandosi pronta a farlo in due giorni anziché nei sette previsti, e apre a nuovi margini di trattativa con Washington. La Guida suprema Mojtaba Khamenei ha conferito maggiori poteri al governo per facilitare il dialogo, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha riferito di consultazioni intense con la mediazione di Qatar e Pakistan. Le aperture, alla vigilia delle elezioni di Midterm americane, potrebbero tuttavia avere anche una motivazione tattica.

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