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Legge elettorale, lo sprint si ferma 

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Torna a rallentare la corsa della legge elettorale. Sotto il peso dei veti incrociati, con l'incognita Vannacci e il rebus preferenze, nella maggioranza la partita si incarta di nuovo, in un clima che si fa ogni giorno un po’ più teso. «Vogliamo fare le cose fatte bene, senza fretta», minimizzano i meloniani. Di fatto per decisione dei capigruppo l’esame in Aula alla Camera viene fissato il 14 luglio, slitta di qualche giorno rispetto al timing preventivato. «Rinviano perché sono divisi», accusano dalle opposizioni mentre prendono forma i primi comitati contro la riforma. Oggi si costituirà quello promosso da Roberto Zaccaria, che fa sapere che appena approvata la riforma farà ricorso alla Consulta. Se ne parlerà comunque dopo l’estate, visto che con il nuovo calendario è praticamente escluso un via libera definitivo prima della pausa dei lavori parlamentari. Per la maggioranza c’è dunque un po’ più di tempo per cercare soluzioni sul nodo preferenze.

Di fatto non è stato risolutivo il vertice degli sherpa di martedì a via della Scrofa. Una nuova riunione, viene spiegato, si potrebbe tenere la prossima settimana. Ed è probabile che nel frattempo possa essere un vertice dei leader a dirimere le questioni rimaste aperte. Il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, che segue il dossier da vicino, è stato avvistato nel tardo pomeriggio a Palazzo Chigi. «I tecnici sono al lavoro», spiega il vicepremier Antonio Tajani. Ma al momento nessuna delle soluzioni messe sul piatto da FdI - dal modello toscano a quello belga - sembra piacere agli alleati. Nell’incontro di ieri FdI avrebbe ribadito la volontà di andare avanti ma da FI e soprattutto dalla Lega sarebbe arrivato un nuovo no. Ci sono questioni aperte che pesano sulla riforma. La nuova formazione di Vannacci è una variabile difficile da pesare. A conti fatti senza un’alleanza con il generale, che al momento non appare alle viste, il rischio per il centrodestra con il Rosatellum è quello di perdere in molti collegi e di ritrovarsi, se il centrosinistra davvero si confermasse unito, in uno scenario simile a quello attuale ma con gli schieramenti capovolti. La riforma Bignami consentirebbe invece di limitare i danni, con il tetto dei 220 seggi di maggioranza alla Camera e 113 al Senato.

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