Dagli aeroporti ai porti passando per le torri radar, sono diverse le infrastrutture militari americane nel territorio italiano. E sono tredicimila i militari statunitensi di stanza nel nostro Paese. In queste ore sotto i riflettori è finito lo scalo di Sigonella, dopo che l’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base perché non era stata richiesta alcuna autorizzazione e perché non si trattava di voli normali o logistici, cioè quelli compresi nel trattato Usa-Italia. Secondo gli accordi, infatti, se gli Stati Uniti intendono utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici - come gli attacchi a Teheran - serve l’ok del governo italiano.
I primi patti risalgono al primo dopoguerra: il Nato Sofa del 1951, poi il Bilateral infrastructure agreement del 1954, aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Oltre a quello di Sigonella ci sono anche gli aeroporti militari di Aviano, in Friuli Venezia Giulia - da cui una dozzina di F16 sarebbero già stati trasferiti - e Ghedi (che ospiterebbe testate nucleari), in Lombardia. I porti sono quelli di Napoli e Gaeta, mentre le due basi sono Camp Darby in Toscana (il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa) e Camp Ederle in Veneto. Esistono poi presidi minori e dislocazioni riservate. Oltre ai 13 mila militari americani nelle basi, altri 21mila fanno parte della VI flotta della Us Navy, composta da 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Ci sono poi i porti di Napoli e Gaeta (c’è la sesta flotta americana) e la Caserma Del Din, in Veneto. Dislocati per il Paese ci sono infine sistemi di sorveglianza come il Muos (Mobile user objective system) a Niscemi, che monitora anche la situazione in Medio Oriente attraverso radar e satellite. Al di là delle questioni normative che regolano il loro utilizzo, la presenza di infrastrutture militari Usa rappresenta un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che il dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle basi, ma anche sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione a interesse militare americano.
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