L’interrogatorio.

Lavitola ai pm: «Non sono stato io» 

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Due ore per respingere le accuse, per ribadire la sua estraneità alla luce «della fraterna amicizia» che da anni lo lega a Sigfrido Ranucci. Davanti ai pm di piazzale Clodio, che lo hanno convocato per interrogarlo sull'accusa di essere il mandante dell'attentato al conduttore di Report, Valter Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha fatto mettere a verbale una lunga dichiarazione spontanea in cui ha sostanzialmente affermato di non sapere nulla di quanto accaduto il 16 ottobre scorso davanti alla villetta di Pomezia (Roma) dove Ranucci vive assieme alla famiglia. L'atto istruttorio si è svolto nell'ufficio del procuratore capo, Francesco Lo Voi, alla presenza dei titolari dell'indagine. «Sono sconcertato, non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente», ha sostanzialmente detto l'indagato per strage aggiungendo di avere un rapporto di «fraternità» con il giornalista della Rai. «Ci vediamo quasi tutti i giorni, le nostre famiglie si frequentano. È un'amicizia così stretta che è incompatibile con qualsiasi tipo di movente». In merito alla sua presenza sul luogo dell'attentato circa un mese prima dei fatti l'indagato ha sostenuto che spesso «andava lì a trovare Ranucci».

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