L’incontro.

La rivoluzione e la speranza “Gesù e Cristo”, oltre la fede 

A tu per tu con il teologo laico, filosofo e studioso Vito Mancuso 

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In tour con il suo libro “Gesù e Cristo” edito da Garzanti, Vito Mancuso – teologo laico e filosofo, una tra le voci più autorevoli del panorama italiano – sarà stasera a Tortolì, domani a Sant’Antioco e domenica a Cagliari. Gli eventi, curati dal Club di Jane Austen Sardegna, sono liberi e gratuiti.

Professore, il titolo del suo libro è di per sé significativo: “Gesù e Cristo”.

«C'è una congiunzione che non è verbo, e che da un lato separa e distingue, e dall'altro però come dice già la parola congiunzione, congiunge, o meglio in questo caso ricongiunge. Quindi si tratta di fare tesoro di tutta la tradizione esegetica e storiografica della modernità, di tutto il grande lavoro cominciato nel 1778 quando vengono pubblicati i frammenti di Reimarus e che continua ai nostri giorni, teso a far emergere il vero volto del Gesù terreno: un Gesù ebreo, decisamente diverso dal Cristo e dalla dogmatica cristiana».

Che Gesù racconta ai lettori?

«Da un lato è un Gesù che non credeva ovviamente al Dio trinitario, che non aveva una celebrazione come quelle cristiane attuali, dall’altro si tratta di capire che il lavoro della tradizione che ha fatto di Gesù il Cristo non è stato un inganno, ma è quello che l'anima religiosa chiede ai fenomeni storici: essere un veicolo al di là della storia. Perché se ci si ferma alla storia, la portata della religione viene meno e questa diventa un fenomeno come tutti gli altri. Invece, lo specifico della religione è quello di avere la pretesa di portare al di là della storia, vincere la morte, mettere in contatto con l'eterno, e questo lo può fare attraverso il valore etico-trascendente che fa capo alla qualifica di Cristo. Quindi nel libro da un lato distinguo, e dall'altro ricongiungo questo è il senso di quella congiunzione».

Facendo le debite distinzioni, le sue riflessioni si avvicinano a quelle di Fabrizio De André nell’album “La buona novella”. Quindi, ripartire dall’umanità di Gesù.

«De André a suo modo è certamente un rappresentante di queste esigenza della contemporaneità di non tradire più la storia. C'è un bisogno di autenticità, di verità, di capire effettivamente chi era quest'uomo e come sono andate le cose. Io, per esempio, discuto la questione di Barabba, la questione del processo giudaico che a mio avviso non c'è neanche stato – c'è stato solamente il processo romano –, o chi effettivamente catturò Gesù. Quell'album ricordo che da ragazzo lo ascoltavo con grande entusiasmo, e si cantavano anche in oratorio alcune di quelle canzoni».

Tra le altre, lei riflette su due figure monumentali per la dottrina: quella di Pietro e quella di Paolo.

«Sono i veri e propri fondatori del cristianesimo, distinto dal gesuanesimo. Una questione decisiva è la necessità della morte di Gesù: doveva morire veramente? Era questo il piano di Dio? Io sono convinto che Gesù non voleva e non doveva morire, perché altrimenti non sarebbe morto con quelle parole che il Vangelo di Marco, quello più antico dal punto di vista cronologico, ripreso poi da quello di Matteo, non ne avrebbe riportato le parole di disperazione. Gesù grida “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” e poi dando un forte grido muore. È la morte di uno che che non sapeva che doveva morire? No, è la morte di uno che sente che il suo ideale, cioè la venuta del regno di Dio, non si è avverato. Ed è talmente evidente che l'hanno capito anche il terzo e il quarto evangelista, che non a caso hanno cambiato la maniera di morire di Gesù».

Se non siamo più redenti, in qualche modo portiamo ancora la macchia originaria?

«Secondo la mia prospettiva, non c'è proprio il peccato originale, questa macchia con cui si ritiene che il nascano i bambini. È una costruzione tipicamente paolina e poi agostiniana, secondo cui tutti coloro che nascono sono peccatori, e se non vengono redenti dalla dalla grazia scaturita dalla croce di Cristo finiscono all'inferno. Ritengo questa prospettiva del tutto destituita di fondamento. Ritengo invece quanto mai decisiva la predicazione di Gesù, che ha avuto parole molto chiare quando ha parlato della salvezza: non ha fatto riferimento al battesimo, ma alla prassi, al bene concreto. Basterebbe prendere in mano il capitolo 25 del Vangelo di Matteo: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete mi avete dato da bere e così via».

Prosegue con “ero straniero e mi avete accolto”. È un capitolo che ci siamo un po’ dimenticati, professore?

«Spesso le persone di potere usano la religione, dicendo di essere cristiani e di voler difendere le radici cristiane dell'Europa, però fanno il contrario di quella che è l'esortazione precisa di Gesù. Del resto, non è che è la cosa mi sorprenda più di tanto. Pensiamo alle crociate, all'inquisizione, ai roghi, alle uccisioni, al togliere la vita a chi la pensava diversamente. Sono tutte cose lontanissime dalla predicazione di Gesù. Ma non mi stupisce che anche oggi ci siano politici che strumentalizzano la religione, dovunque, non solo in Italia. Basti considerare al presidente degli Stati Uniti Trump circondato da predicatori, con lui al centro che sembra Gesù e quegli altri con la Bibbia in mano».

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