La finale.

Il leader Dzeko: non è più l’Italia di una volta 

La partita: «Che peso sulle spalle». Lo stadio: «Gli italiani sanno giocare su certi campi» 

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SARAJEVO . Edin Dzeko riconosce di sentire il peso della Bosnia “sulle spalle”, un tratto che lo accomuna al ct italiano Rino Gattuso, e dice di non capire perché l'Italia non volesse giocare col Galles: «Noi siamo andati lì senza paura e abbiamo vinto». A quarant'anni definisce «una cosa normalissima» l'esultanza di Federico Dimarco dopo i rigori contro il Galles, anche se dall'alto della sua esperienza si permette un suggerimento ai colleghi più giovani: «Oggi bisogna essere attenti perché con i social una cosa normale diventa una cosa grande».

La vigilia di Bosnia-Italia vede Sarajevo colorarsi di giallo e blu col passare delle ore, con i venditori di bandiere e gadget ai semafori e le auto che sventolano gagliardetti dai finestrini. Nella conferenza stampa della vigilia il protagonista è l'eroe calcistico della Bosnia, autore del gol che ha tenuto in vita i balcanici contro il Galles, ma anche bomber per nove anni in Serie A. Dosa entusiasmo e fair play: «Per me quando inizia l'inno italiano tutti devono alzarsi ed applaudire, perché l'Italia è il primo Paese che è venuto dopo la guerra in Bosnia», auspica ricordando l'amichevole del 1996 quando giocare qui era un atto di coraggio e solidarietà. Non rinuncia a una stoccata, quando spiega che all'Italia di oggi «mancano Totti, Del Piero» e che «questa Italia ha qualità, però quelli di una volta erano un'altra cosa». Difende il Bilino Poje, il piccolo stadio in cui Bosnia e Italia andranno incontro al loro destino: «Se qualcuno sa giocare su campi sfavorevoli, sono gli italiani». Dà un rapido sguardo a una carriera che lo vide esordire e segnare in nazionale nel 2007 contro la Turchia quando il suo compagno di squadra Kerim Alajbegovic non era ancora nato. E ricambia l'affetto di un Paese in cui i genitori chiamano i figli come lui: «Ѐ un onore giocare per questa nazionale. E finché posso, finché l'allenatore mi chiama, io sicuramente giocherò».

Il ct Barbarez

Al suo fianco l'allenatore del miracolo bosniaco, Sergej Barbarez, una carriera da allenatore iniziata a 53 anni, nel 2024, per risollevare la Bosnia da un buco nero e portarla a un passo dal ritorno ai Mondiali. Inutile chiedergli lumi sulla formazione. «Non so se è il momento di fare esperimenti», dice, ma chi può credere a un appassionato pokerista? Ha recuperato la voce dopo le emozioni col Galles e non sottovaluta l'importanza del match per entrambe: «Ci sono tante emozioni per la nazionale italiana, questa partita è tanto importante come anche per noi. Forse per noi, dal punto di vista della situazione nel Paese, è ancora più importante». Un Paese fatto di storia e tragedia, in cui la nazionale di calcio è un collante che va al di là delle nazionalità che lo compongono: «Unisce tutti, qui a Sarajevo siamo tutti insieme: croati, serbi, bosgnacchi», racconta Edy, da vent'anni dietro al bancone del ristorante Stadion. Padre bosgnacco e madre croata, Edy è prudente: «Sono ottimista, ma voi siete tra i migliori del mondo. La Bosnia è piccola, lo stadio è piccolo». Un avventore pronostica un 2-0. A qualche chilometro, all'ingresso del campo di allenamento del Fk Sarajevo, il pullman della Bosnia si fa largo tra i cavalli per l'ultima sgambata.

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