L’inchiesta.

I “droni sardi” all’Antimafia 

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Le carceri sarde sono esposte al rischio segnalato (anche davanti alla Commissione parlamentare Antimafia) dal procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia e dal procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri. Il tema è quello dell’utilizzo dei droni notturni per l’introduzione nei penitenziari di smartphone e droga. Nei giorni scorsi, i due magistrati hanno lanciato l’allarme sulla penetrabilità delle carceri, anche di quelle di Alta Sicurezza. Gli istituti sardi sono obiettivi a tutti gli effetti della criminalità organizzata, soprattutto di camorra e cosche pugliesi (clan del Foggiano).

Lo dicono gli sviluppi un’indagine partita da Olbia e coordinata, almeno inizialmente, dalla pm di Tempio, Sara Martino. Lo scorso febbraio la Guardia di finanza ha bloccato e arrestato quattro persone a Olbia (tre pugliesi e una donna di Messina) accusati di avere organizzato e attuato “consegne” di materiale in almeno tre carceri sarde (Nuchis, Bancali e Nuoro) con l’utilizzo di un drone professionale (sequestrato dai militari). Le indagini sono andate avanti con la trasmissione degli atti ai magistrati delle Dda di Cagliari, Napoli e Bari. Il dato che emerge dalle attività coperte da riserbo è il profilo criminale elevato dei potenziali destinatari delle consegne di droga e telefoni. Si tratta di figure di primissimo piano di clan campani che scontano lunghe pene detentive nell’Isola. In alcuni casi, i detenuti indicati come complici dei piloti del drone arrestati erano stati già denunciati in passato per l’utilizzo del telefonino in cella e trasferiti nelle carceri sarde. Nel penitenziario di Nuchis (Tempio) sono stati sequestrati telefoni e droga, la Polizia penitenziaria ha trovato dispositivi elettronici anche in intercapedini ricavate nelle celle. Le persone arrestate a Olbia (dove avrebbero avuto la loro base operativa) sono assistite dall’avvocato Pietro Cherchi, che non ha voluto commentare gli ultimi sviluppi del caso.

A livello nazionale sono in corso sperimentazioni per l’installazione di reti di protezione anti effrazione e antidrone e l’attivazione di sistemi fissi (jammer) per schermare i penitenziari e impedire il funzionamento di dispositivi a pilotaggio remoto.

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